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visitlazio Archivi - Pagina 2 di 3 - Itinarrando

Ma quale divisione. Un’unica grande regione che dalla Ciociaria va al litorale pontino: è la storia che lo dice.

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cioc2— Di Alex Vigliani
Frosinone e Latina. Ciociaria e agro pontino. Campanilismo, certo. Divisioni di vedute, altrettanto scontato. Eppure camminando tra le pagine della storia raccontata al Museo Piana delle Orme, che abbiamo visitato lo scorso domenica 28 maggio, un dato salta agli occhi: l’ineluttabile necessità di unione di due comparti territoriali tanto divisi quanto uniti nei destini e nelle potenzialità perdute, fino ad ora, a causa della cecità amministrativa di chi, facendosi prendere dalla realtà dello sfottò calcistico/campanilistico, ha dimenticato in modo evidente che il BassoLazio è un territorio unito dalle montagne al mare, dalle campagne ciociare alle piane pontine, terra di interscambio culturale e ricca di bellezze e vicende storiche dall’alba dei tempi.
Abbazie, chiese, passi e rifugi templari, storie di santi e briganti strette come intrecci. Tragedie storiche e sofferenze condivise. E se la ciocia bcioc1atteva sul territorio pontino e annaspando superava di “ciafrocca” la fanghiglia paludosa, se le vesti gualcite delle donne finivano logore dal duro lavoro, se tanti ciociari hanno dato la vita, transumanti di speranza per un tozzo di pane in più, se ai veneti fu dato in futuro la stessa coltivazione di terre con i medesimi sacrifici su elencati, allora è chiaro che la piana pontina è terra condivisa ma non di conquista, di incontro di culture dove tanto i veneti quanto tanti discendenti di ciociari e laborini vivono ancor’oggi.
Dagli Ernici al mare, guidati dal panorama che si apprezza dalle alture e che racconta di terre tanto vicine, solo apparentemente divise dal taglio netto delle montagne.
Non solo Sonnino, Maenza, Priverno, Sezze, Prossedi, Roccagorga o Roccasecca dei Volsci già più vicine, se non adese, all’entroterra e con tanto in comune. Non solo il centro storico di Terracina, in cui insistono testimonianze di usi, costumi e tradizioni simili alla Ciociaria. Non solo Ninfa, Sermoneta o Norba che ridendo strizza l’occhio ad Alatri. Senza vedersi, senza incontrarsi, ma conoscendosi per parentele lontane. Ma tutta la piana pontina, il litorale, la Riviera d’Ulisse con Sperlonga e San Felice con Circe addormentata, dea amata tanto qui quanto lì dove i suoi capelli formano il mare.
E Latina, il suo centro ordinato, la capacità per certi versi di far consorzio dell’agricoltura e la volontà di tanti giovani di recuperare, promuovere, sospingere. Un amore condiviso, quello di due capoluoghi e, con loro, due territori, che han bisogno gli uni degli altri per essere potenza, forza e costruire un comparto territoriale capace di una promozione turistica senza pari. Il solco tracciato dai passi di chi venne prima di noi, che da questi verdi declivi adombrati da vette che sanno già d’Abruzzo sapeva spingersi, passo dopo passo, verso il mare. Questo mondo, questo nostro piccolo grande mondo, che fu di antichi popoli, dai volsci/ernici/sanniti ai romani, terre di transumanti e di coloni con buona pace della zanzara anophele a seminar morte come l’onesto contadino la vita sopra la piana.
Un territorio unico, un’unica regione – quella del BassoLazio con il verdeggiante Liri che riflette Ernici, Lepini e Mainarde, vette che nostalgiche si scambiano sguardi d’amore con l’azzurro del mare, fin tanto vicino, quasi da prendersi idealmente per mano.
BassoLazio: è ora di osare. Un’unica grande terra dalle mille potenzialità, dalle mille grandi risorse. E chissà quante soluzioni al vaglio, lavorando insieme, per inquinamento, sostenibilità e vivibilità.
Foto 1: Piana delle Orme, ricostruzione di uno dei tanti lutti legati alla malaria, nelle civiltà agro pastorali della piana pontina. Dettaglio: il calzare tipico delle nostre zone.
Foto 2: Piana delle Orme, pescatore dell’agro pontino che intreccia una cesta con ai piedi le ciocie.
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Arturo Zavattini: da Che Guevara… alla “piccola ciociara” di Pico.

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piccolaciociara
— di Alessandro Vigliani
Arturo Zavattini, nato a Luzzara nel 1930 è un fotografo. Di più. Fotografo e viaggiatore. Dal 1949, anno in cui si innamora della fotografia, tutto quel che vede finisce nell’otturatore della sua macchinetta.
Figlio d’arte, come suo padre lavorerà nel cinema. Conoscerà Vittorio De Sica e tutti i grandi del neo realismo tricolore. Operatore e direttore della fotografia di molti film italiani e stranieri. Attualmente cura l’archivio dedicato al genitore Cesare Zavattini.
Gira il mondo, Arturo. Tanti gli scatti di natura quasi etnologica, in una miscellanea di emozioni, immagini, viaggi e studio di usi e costumi.
Sempre Arturo Zavattini, sempre lui, tra i grandi del mondo conosce Che Guevara. Lo incontrerà proprio all’indomani della rivoluzione cubana, sul set del film di Tomás Gutierréz Alea, Historias de la revolución, alle quali Zavattini collabora in veste di operatore nell’ambito di un progetto italiano di sostegno alla nascente cinematografia dell’isola caraibica.
Ma Zavattini è anche il fotografo che lavora gomito a gomito con Fellini, con il già citato De Sica, con Mastroianni o Sofia Loren.
Un percorso che lo porta nel 1952, mentre da Roma sta andando verso la Lucania, a fermarsi nel BassoLazio e immortalare una bambina che guarda l’obiettivo con sguardo sicuro.
La foto è straordinaria, resa ancor più suggestiva dal bianco e nero. La bambina calza le tipiche ciocie, il cuoio scuro contrasta con il bianco delle fasciature sulle gambe. Passo sicuro verso l’obiettivo. Una cartella sotto braccio, occhi scuri, la piega della gonna come un’onda del mare di pietre ispide di uno dei tanti tratturi che, come vene, segnano i tratti collinari o montuosi del BassoLazio e che la bambina doma in perfetto equilibrio, nella mnemonica conoscenza di un sentiero percorso mille e mille volte.
Quella bambina è Gianna Dridossi di Pico, che in un articolo su Tante Storie si racconta e racconta il momento dello scatto, il fatto che sia lei, in un nutrito gruppo di bambini, a restare dinanzi alla macchina fotografica. Fiera, sicura, senza paura dinanzi a due uomini sconosciuti piovuti chissà da dove.
Si vergogna Gianna, in quel 1952, a calzare le ciocie, segno distintivo di un’appartenenza sociale non certo tra i vip capitolini, ma farsi fotografare le piace.
Portamento fiero, fiero come solo certe donne di questi luoghi hanno e che si incarna oggi nella donna madre e nonna che nelle sfumature della foto si riconosce, ripercorrendo ritroso un sentiero che la trova ancora bambina tra quelle pietre. Bambina, che con buona pace dello scrittore Tommaso Landolfi, è figlia di questa terra, di questo mondo.
Una bambina che porta le ciocie e, cosa più importante, sa portarle.
E che, tu, chiamala, se vuoi, ciociara.
La piccola ciociara.
Fonti: www.tantestorie.it – http://www.idea.mat.beniculturali.it/attivita/eventi/item/550-az-arturo-zavattini-fotografo
Foto: “La Piccola Ciociara”, 1952, Arturo Zavattini. 

 

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La Colleferro sotterranea: quella dei rifugi antiaerei.

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rifugicolleferro1
— di Alessandro Vigliani
La prima volta che sento parlare di una Colleferro sotterranea è qualche mese fa. Un articolo su cronache cittadine parla di rifugi antiaerei e di luoghi ipogei in cui l’uomo, nonostante la guerra, provava a ricercare comunque una propria parvenza di normalità.
Così poco tempo dopo, ospite a Colleferro, mi trovo ad ascoltare i racconti di Renzo Rossi, l’uomo che più di tutti, ha dato per la riscoperta e la valorizzazione dei rifugi antiaerei di Colleferro, un tempo cave di pozzolana, divenute poi giacigli e luoghi in cui vivere al riparo dalle bombe.
Scopro così che Colleferro è una città particolare. Di fondazione, sono sicuro io. Eppure no. La verità sta nel mezzo. Una storia legata a zucchero che diventa polvere da sparo, metafora del cambiamento dello zuccherificio in polveriera nel lontano 1912 che porterà la nascita di nuclei di case, addirittura una chiesa, portando la città a una espansione che ne decreterà l’autonomia amministrativa.
Una città abitata da diverse alterità giunte da tutta Italia, consacrata al fuoco di Santa Barbara e a cui deve forse tutta lacolleferrosotterranea2 storia che sto per raccontare. Perché, come in un mosaico dove tutte le tessere sono legate strette strette tra loro, vengo a sapere che le cave di pozzolana, divenute poi rifugi anti aerei, erano state scavate per ricavare materiale di costruzione per i villaggi degli operai che nella polveriera erano andati a lavorare.
Una connessione che pone la vita di quella Colleferro in un quadrato drammatico ma a lieto fine, perché in quei cunicoli scavati, quasi 10 chilometri divisi in tre blocchi differenti con più di 20 accessi in tutta la città, la vita andrà avanti mentre fuori le linee di comunicazione, la Casilina e altri luoghi strategici importanti, venivano bombardati (Colleferro non era ancora segnata nemmeno sopra le cartine, anche per garantire la continuità produttiva della polveriera che, altrimenti, sarebbe stata obiettivo sensibile).
colleferrosotterranea3Tuttavia le bombe cadevano. E causavano danni. Provo solo a immaginarli quegli uomini, quelle donne a diversi metri nel sottosuolo. Il cuore pesante, l’animo inquieto, la sensazione strana della luce negli occhi quando, da quei cunicoli, comunque si riusciva “a riveder le stelle”.
E in questo percorso sotterraneo, in cui mi sento guidato in un mondo ipogeo di dantesca memoria da un Renzo emozionato da cui traspare la voglia di raccontare, di far conoscere questa e altre mille storie, d’un tratto, guardando dentro gli angoli più nascosti mi sembra di vedere bambini nati e battezzati, matrimoni celebrati, di una vita “altra” che scorre normale mentre sopra imperversa l’infuriare cieco dei drammi di metà novecento.  E il silenzio tutto intorno sa di emozioni, di vita umana, di vita vissuta. Un silenzio pregno di parole e suoni, di ricordi che posso solo immaginare e che, scopro invece, siano stati trasportati a me sopra la macchinina giocattolo di un bambino. Quella ritrovata nei cunicoli scuri, rischiarati dalla luce talvolta fioca ma pur sempre viva della speranza.
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Sabato 6 maggio, visita guidata alla Certosa di Trisulti con apertura straordinaria della biblioteca monumentale. Info e prenotazioni 380 765 18 94.

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06 maggio certosa copy (1)
Sabato 6 maggio, Certosa di Trisulti, ore 9.00.
info e prenotazioni: 380 765 18 94.
La Certosa di Trisulti: quante volte l’abbiamo vista? Ma quante volte possiamo aver detto di averla davvero conosciuta e vissuta? Una visita dal carattere davvero eccezionale con apertura soltanto per noi della Biblioteca Monumentale oltre agli spazi spesso meno visitabili di uno dei simboli della Ciociaria nel mondo.
Visiteremo il monastero e l’eremo di San Domenico nonché la Madonna delle Cese per una mezza giornata che si concluderà con un conviviale pranzo al sacco insieme con qualche solita specialità ciociara che metteremo a disposizione dei partecipanti.
Per l’evento vi consigliamo scarpe da ginnastica, da camminata o da trekking.
Visita guidata affidata a Pietro Antonucci
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Il Sator: il quadrato magico della Certosa di Trisulti.

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satorEntrando nella zona della farmacia, chissà quanti, tra turisti e viandanti c’avranno fatto caso. Tra gli affreschi, misteriosi e a volte inquietanti del forse alchimista Filippo Balbi, su un muro, ad angolo, subito al di sotto di una figura presumibilmente di fantasia (l’abante) – dalle sembianze taurine o caprine, con un ramarro verde sul petto, una coda che gli spunta dalla barba e un’altra zampa caprina sulla spalla – si trova lui: Il quadrato del Sator, quadrato magico che ad oggi rappresenta la più famosa struttura palindroma ritrovata in diverse parti del mondo. Dalla Mesopotamia, all’Egitto, dall’Inghilterra all’Ungheria. Da secoli capace di attrarre gli studiosi a causa del suo misterioso fascino, causa anche dell’incertezza circa il significato.
Si tratta di una frase in lingua latina – SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS – che può essere letta in entrambi i sensi, come ve ne sono tante altre. La sua singolare caratteristica, però, è che, essendo formata da cinque parole di cinque lettere ciascuna, è possibile iscrivere la stessa frase in un quadrato di 5 x 5 caselle all’interno del quale la frase può essere letta in quattro direzioni possibili: da sinistra verso destra, e viceversa, oppure dall’alto verso il basso, e viceversa.
Le origini del quadrato, tanto quanto il significato, sono piuttosto misteriose. Per molto tempo si è creduto che lo stesso avesse radici nel medioevo poiché non vi erano stati ritrovamenti databili a prima del IX secolo. Poi nel 1868 uno scavo archeologico tra le rovine di Corinium in Inghilterra portò alla luce l’iscrizione sull’intonaco pur apparendo in versione speculare quindi con Rotas.
Ad oggi le testimonianze più antiche portano direttamente tra i resti di Pompei dove nel 1925 e nel 1936 vennero rinvenuti esempi del suddetto quadro.
Sator Arepo Tenet Opera Rotas. Latino, certo. Tuttavia il termine AREPO non è strettamente latino. Alcune idee su tale parola fanno riferimento alle Gallie e nei dintorni di Lione ove esisteva un tipo di carro celtico che era chiamato arepos: si suppone allora che la parola sia stata latinizzata in arepus con funzione di ablativo strumentale.
La traduzione, quindi, porterebbe a: Il seminatore, con il carro, tiene con cura le ruote, della quale si cerca di chiarire il senso intendendo il riferimento al seminatore come richiamo al testo evangelico, sotto interpretazione di Jerome Carcapino.
Una interpretazione più semplice considera “Arepo”, invece, come nome proprio, da cui il significato diviene: Arepo, il seminatore, tiene con maestria l’aratro.
Di più. Nel quadrato di Trisulti, lo stesso Balbi ha aggiunto in calce “Ma il cambiar di natura è impresa troppo dura”, frase che apre ad altri e suggestivi misteri, tenuto conto degli altri affreschi dell’artista e della vita dello stesso ammantata di un’ulteriore incredibile velo di mistero che aggiunge fascino alla bellezza eterna, senza tempo, della Certosa di Trisulti.
Fonti:
Angolo di Hermes
Tesori del Lazio
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Anagni dal 21 al 23 aprile: StreetFood, Arte e Cultura tra le vie della città dei Papi con OmniArt e il supporto di ViviCiociaria!

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TTSFESTIVALDal 21 al 23 aprile l’occasione è di quelle irrinunciabili. Ad Anagni dal 21 al 23 aprile, festival dello street food e dell’artigianato in Piazza Innocenzo III e Piazza Cavour organizzato da Omniart con il supporto di ViviCiociaria e il patrocinio dell’amministrazione anagnina.

Apette, furgoncini, auto appositamente modificate per dispensare cibo di strada da tutta Italia. Da Modena, Torino, dalla Sicilia, da tutto il Lazio, dalla Liguria, dalla Puglia, dall’Umbria!
Eccellenze su eccellenze! L’Italia tutta, quella del cibo di strada in uno dei luoghi più suggestivi del BelPaese, per una manifestazione che metterà in modo strutture ricettive e turismo, capace di unire in modo sinergico tutte le forze del luogo come già avvenuto nelle precedenti edizioni in altre zone della regione.

Per questo, appunto, ad Anagni sarà possibile per chi parteciperà all’evento e consumerà entrare a 4 euro anziché 5 a Palazzo Bonifacio VIII e gratuitamente alla mostra “Attraverso l’Arte Gismondi”.
E per i soci di ViviCiociaria? Sconti consumazione in diversi punti! Perché essere soci di ViviCiociaria conviene ancor di più!
Ospiti internazionali per un evento che si preannuncia grande!
Qualche nome? Eccoli!
Jack Pepper chiamato a dimostrare la sua abilità nel mangiare i peperoncini più piccanti del mondo e non solo addirittura a superare il suo attuale record!
E poi Circooltura con funamboli, spettacoli di fuoco, equilibristi, artisti internazionali come Manoul direttamente dalla Spagna accompagnato dalla sua ruota Cyr!  Musica! Quella degli Original Pulp Project, Pink Puffers, Bakers ad esempio. E infine show coocking della chef in tacco 12, la ciociara Emanuela Crescenzi con ricette al peperoncino!

Non resta che segnare la data sul calendario allora, dal 21 al 23 aprile ad Anagni in Piazza Cavour e Piazza Innocenzo III per il primo grande e unico STREET FOOD della città dei papi!

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Domenica 2 aprile con Itinarrando & ViviCiociaria: nella caldera del vulcano laziale: tra Nemi e Castel Gandolfo, di laghi, borghi e vulcani. Per info e prenotazioni 380 765 18 94.

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lagoPer info e prenotazione obbligatoria: 380 765 18 94, domenica 2 aprile con Itinarrando & ViviCiociaria nella caldera del vulcano laziale, oggi uno dei luoghi più belli di tutto il Lazio.
Siamo nella zona dei castelli romani, spartiacque tra la cosiddetta un tempo campagna romana o Ciociaria e l’urbe eterna.
Da un lato Castel Gandolfo, la sua storia particolare, residenza papale e luogo di pace che sovrasta il placido lago di Albano sotto cui dorme la caldera del vulcano laziale.
Con Marco Occhipinti, geologo e nostro associato, vi sarà spazio per nozioni e notizie, passo dopo passo, su un vulcano considerato ancora attivo e, per questo, costantemente monitorato.
Attraverso una strada panoramica ci sposteremo con le auto percorrendo un itinerario AUTO-TURISTICO sicuramente degno di nota, raggiungendo così la poco distante e splendida Nemi del rituale del “bosco sacro”, affacciata su un più piccolo, ma pur sempre stupendo, lago sulle cui sponde insiste il museo delle navi romane.
Entrambi i borghi saranno visitati con la guida turistica Maria Strangolagalli. Pranzo a Nemi, per chi vuole a menù turistico in un ristorante, altrimenti al sacco o altrove.
Nel pomeriggio scenderemo al lago di Nemi, da lì visiteremo il Museo delle Navi e percorreremo il periplo del bacino per intero.
L’evento è riservato ai soci dell’Associazione Culturale ViviCiociaria per sapere come iscriversi contattare lo stesso numero: 380 765 18 94.
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Sabato 25 marzo, l’Abbazia di Montecassino con la visita nei sotterranei con ViviCiociaria per prenotarsi 380 765 18 94.

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25 marzo copySabato 25 marzo, continua il giro della Ciociaria storica e attuale dell’Associazione Culturale ViviCiociaria. Stavolta saremo di turno all’Abbazia di Montecassino, per una visita completa che ci porterà fino nei sotterranei e nella parte più antica del complesso benedettino.
E poi spazio al museo, alla cella di San Benedetto e al cimitero polacco con la guida turistica abilitata Nicoletta Trento.
Un appuntamento unico, perché la visita sarà particolareggiata, dettagliata, perché non si può entrare nell’Abbazia di Montecassino senza pensare di trascorrerci diverse ore per lasciarsi andare nell’avvolgente atmosfera di silenzio.
Così come non si può conoscere l’Abbazia senza addentrarsi nel museo. Infine discesa al cimitero polacco che racconta un passaggio fondamentale della storia moderna di Montecassino.
Per la giornata la nostra associazione ha stretto una convenzione per i nostri soci per avere un parcheggio riservato, nonché ha affittato la struttura Casa Sant’Antonio Abate dove vi sarà la degustazione finale per tutti i partecipanti nonché la possibilità di restare lì, godendo del prato e dell’ambiente tranquillo di uno dei luoghi più belli d’Europa.
Per info e prenotazioni il numero è sempre lo stesso: 380 765 18 94.
L’evento è riservato ai soci di ViviCiociaria.
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Anagni che stupisce, Anagni che piace, Anagni nascosta che conquista!

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23Non staremo qui a decantare la bellezza di Anagni che si mostra lucente ed eterna come sempre.
Non staremo qui a parlarvi di quanta emozione dia camminare per i suoi borghi; questo, in fondo, lo sapete già.
E non ci dilungheremo su quanto sia impossibile restare indifferenti passando dinanzi casa Barnekov.
Vogliamo però dedicare queste poche righe alla meraviglia, pardon maraviglia – come scrive e giustamente spesso l’amico e artista di strada Alessandro Salvatori, dell’Anagni sotterranea, quella più nascosta agli occhi dei turisti.
Partiamo però dal principio.
Se lo scorso 19 marzo è stato possibile entrare nelle cantine di Anagni il merito è dei proprietari delle stesse e di Valentina Sperti, guida turistica appassionata e quantomai preparata che ha incantato gli oltre 80 partecipanti.
Un percorso iniziato, alla presenza della signora Bonanni della Proloco di Anagni, con la visita alla Sala Colonna, subito dinanzi la Cattedrale, in quel magnifico scorcio che è Piazza Innocenzo III. Proseguito tra le vie di Anagni, sotto gli strappi cobalto del cielo di Marzo, con richiami storici pertinenti, puntuali e precisi alla storia della Città dei Papi, perché  impeccabile è stata la Sperti nel descrivere minuziosamente quei luoghi in cui l’entrata non era prevista. 27
E che dire poi dei proprietari delle cantine di Anagni? Gentile e cordiale l’accoglienza riservata ai partecipanti.
La prima cantina, quella del Dottor Cerasaro e consorte, ha stupito fin da subito portando gli associati di ViviCiociaria parecchi metri al di sotto del piano di calpestio.
Tempo di tornare in superficie e via, subito, verso il dedalo di ambienti sotterranei di Palazzo Gatti il cui accesso è oggi permesso grazie alla gentilezza di Pietro Stavole. E anche qui, nel ventre della terra. Luoghi destinati un tempo alla raccolta delle acque e che oggi, nonostante tutto, assurgono alla stessa funzione ignari e indifferenti che ormai il sistema idrico sia mutato. E via giù, fino al “rivedere il sole” nel magnifico giardino pensile che sovrasta la circonvallazione, verde scintillante sotto gli assolati assalti primaverili.
E ancora la cantina di Zì Giovanni, tra aneddoti, ricordi e testimonianze di vita descritte dal proprietario stesso, con l’inestimabile collezione di oggetti propri della cultura ciociara contadina e anche, e soprattutto, i lasciti di un lavoro da tipografo custoditi con cura, capaci, grazie alla minuziosa attenzione del collezionista, di raccontare episodi ed epoche di Anagni. 13
Rapiti, incuriositi, quasi difficile riprendere il cammino dopo la mole di informazioni recepite all’interno di questi luoghi ipogei e astratti dal fin troppo traffico automobilistico del centro storico anagnino.
E infine, a concludere un giro già di per sé spettacolare e speciale, la splendida cantina di Guglielmo Viti, archeologo, autore di un approfondimento su casa Barnekov e su alcune simbologie presenti nel centro anagnino. E ancora. Produttore di oli e vini, nonché proprietario di un ambiente che trasuda l’orgoglio dell’appartenenza a una terra. Dopo un bellissimo percorso all’interno, guidato e itinarrato dalla Sperti, premio finale di un giro durato tutta la mattinata la degustazione finale con assaggio dei vini della stessa cantina Viti.
Vini bianchi, eccezionali, come la giornata e la storia fluita agli orecchi dei partecipanti.
Alex Vigliani
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Domenica 5 marzo: Tivoli medievale e Villa D’Este con ViviCiociaria per info e prenotazioni 380 765 18 94.

By | Cultura | No Comments
05 marzo tivoliTivoli medievale ed entrata gratuita a Villa D’Este, questo il prossimo appuntamento di ViviCiociaria On Tour & Itinarrando la serie di iniziative che punta al di fuori dei confini della Ciociaria, alla ricerca del bello, dell’arte e della cultura.
Domenica 5 marzo, ore 9,30 a Tivoli, per info e prenotazioni 380 765 18 94 con obbligo di prenotazione anticipata, i posti riservati sono 50.
La partecipazione è riservata ai soci di ViviCiociaria – per conoscere le modalità per diventarlo contattare lo stesso numero.
A guidarci in questa fantastica, nuova avventura, sarà Maria Strangolagalli, carismatica guida abilitata che ci farà scoprire le bellezze e le peculiarità del territorio tivolese.
Approfittando della gratuità dell’entrata a Villa D’Este, con obbligo di fila, ci inoltreremo alla scoperta di uno dei patrimoni del nostro BelPaese e alle porte del BassoLazio, un territorio che fu, e lo è ancora, meta di tanti ciociari e che appare legato, a prima vista, a tante tradizioni della nostra terra.
*La visita si terrà anche in caso di pioggia.
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