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tradizioni Archivi - Itinarrando

L’ass.Culturale ViviCiociaria partner dell’edizione 2017 de “I fochi de San Giuanni” in programma 23 – 24 e 25 giugno a Paliano.

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fochidisangiovanniSi scalda l’atmosfera nel borgo di Paliano per i Fochi de San Giuanni, una due giorni in programma il 23 e 24 giugno prossimi, dedicata alle
ritualità di Paliano e della Ciociaria, alle danze, ai sapori, alle tradizioni.
Un fitto programma organizzato dall’ Ass. Cult. Giovanile “Paliano-Compari delle Cantine”, patrocinato dal Comune di Paliano e dall’Assessorato alla Cultura, in collaborazione con una vera “task force” sinergica: l’Ass. Cult. Palio dell’Assunta, Ass. Cult. I Capannari e l’Ass.Culturale Vivi Ciociaria.
Apertura venerdì 23 giugno alle ore 17.00 in piazza Pertini e piazza Marcantonio Colonna con un approfondimento sul tema, intitolato “San
Giuanni chi? La Festa e il rito” affidato a allo studioso e ricercatore il Professor Gioacchino Giammaria.
Che evento sarà. Un appuntamento di sicuro capace di rimettere al centro della vita del borgo i Fochi de San Giuanni, quelli che fino agli anni ’80 del secolo scorso erano tra le consuetudini più importanti della vita palianese.
Occasione di condivisione, conoscenza, approfondimento dei rapporti umani nella comunità palianese. Ci sarà dunque il rinnovo
dell’accensione di grandi falò presso gli spiazzi più ampi del centro storico.
Ma non solo. Un percorso enogastronomico, musica in piazza con il saltarello spontaneo a rinfrescare la sempreverde produzione di musica
popolare di tutto il BassoLazio. E poi gli stornelli, visite guidate e trekking urbano per riscoprire a 360 gradi uno dei borghi meglio conservati di tutta la Ciociaria.
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Riprenderci l’orgoglio delle radici ciociare: in piedi sulle rovine.

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bisnonnaspadinoAnni di prese in giro. Articoli di cui si trova traccia ancora nell’archivio de La Stampa e in cui il ciociaro – siamo alla fine dell’800 – viene definito in una macchietta come sporco, nauseabondo e altri epiteti cui non daremo notizia perché, semplicemente, non meritano menzione.
Anni di luoghi comuni cui anche attori ciociari hanno prestato voce, partecipando alla denigrazione di un contesto agro pastorale con radici quanto mai ben definite e che non ha mai avuto bisogno – contrariamente a tanti altri luoghi – di essere definito con confini politici dettati da logiche umane ma non antropologiche.
Un territorio che NON è la provincia di Frosinone, anzi meglio sarebbe dire che non è SOLO la provincia di Frosinone, estendendosi nella provincia di Roma e in quella di Latina, abbracciando le montagne e i declivi fino al mare di tutto il BassoLazio , eccezion fatta per le città di fondazione in cui, comunque, insisteva la presenza dei transumanti.
Un territorio che è la poesia stessa di questa Italia dai mille visi, dalle molteplici bellezze, dalle più differenti e variegate tonalità di verde. Un territorio che nel ventre conserva arazzi di colori pastello.
Un territorio di occasioni perdute. Se solo si fosse investito sul patrimonio naturalistico – come invece è stato fatto negli Abruzzi – e non sull’industrializzazione cieca!
Altro che Italia minore! Altro che turismo minore!
Ma se la Ciociaria intesa come regione non ha mai avuto cartina ufficiale, benché ne esistano differenti prodotte da studiosi soprattutto nei primi del ‘900, la stessa, come entità culturale, fortemente rivendicata in una sorta di autodeterminazione popolare, esiste, è viva e va recuperata. Tenuta. Trattenuta con forza perché divenuta un marchio, soprattutto una definizione di un popolo che vuol essere, che non ha più vergogna di appartenere alla terra come dea madre e mezzo di sostentamento.ciociarapodesti2
Terra amata ieri, abbandonata nel post guerra per il sogno, tradito, di una industrializzazione che ha reso sterili i campi e scheletri, oggi, le vecchie strutture ormai abbandonate ex fabbriche lasciate a testimonianze di un passato ripudiato e un futuro che non ci apparteneva.
Distruzione di un territorio, di un’entità, di un contesto. E tutto questo grazie a una progressiva “deciociarizzazione” partita negli anni ’60 che, fortunatamente, ha colpito meno altre comunità, alcune nella “Ciociaria pontina”, che oggi sanno portare avanti gli aspetti più tradizionali della Ciociaria.
Un processo partorito nel Capoluogo, purtroppo, e da tutte quelle zone che si affacciano sulla Valle del Sacco. Dirsi ciociari, in quel momento in cui ci si pensava figli dell’industrializzazione sfrenata, voleva dire, d’altronde, non abbracciare il progresso che, sì, doveva esserci ma in modo eco sostenibile, garantendo il futuro di chi avesse voluto, da contadino, diventare agricoltore investendo su quanto di più vicino e fertile. E dopotutto un certo attaccamento, una certa ritrosia nell’abbandonare i campi, nonostante tutto, era palese nel quotidiano, perché i nuovi operai erano contadini che si assentavano dalla “catena di montaggio” per i riti propri della campagna: la raccolta, la potatura, la mietitura, la vendemmia ecc.
Henry Guillaume Schlesinger (French 1814-1893)E allora ancora tornava forte la deciociarizzazione a bombardare, a colpire sui fianchi, a fiaccare la resistenza. Un attacco culturale, un mezzo attraverso cui svalutare le terre e il contadino ridotto a una figura strana, antica, da cancellare e in fretta insieme a tutte quelle tradizioni che, però, rispetto a tante altre zone d’Italia, di quest’Italia costituivano un tessuto sociale e una identità forte che disegnava i confini umani del territorio. Balli, colori, vestiti, collane di corallo e orecchini. Non solo di ciocie è fatta la Ciociaria.
Ma mentre andava avanti l’attacco alla nostra identità, in un’agonia di appartenenze che sanguinavano sulla nostra terra dissanguandosi ad ogni passo, si dimenticava che questa non è mai stata terra solo di contadini ma che ha nel proprio ventre, così come la bellezza eterogenea di luoghi, anche personalità artistiche o rivoluzionarie che, provenendo comunque da una cultura contadina, avevano preso altre direzioni dettando, in certi ambiti, persino il passo della cultura e della storia della penisola.
Ma distruggendo il senso di attaccamento, valutando per “brutto” tutto ciò che ci circonda, chi avrebbe potuto in quei tempi rivendicare questi uomini.
Sarebbe stato oltremodo peccato sentirsi fieri e allora appare ben chiaro come e perché sia passato il messaggio di una terra del contadino ignorante (che ignorante non è mai stato) e di uomini rozzi e incapaci di incarnare il progresso culturale.
Così da Sonnino agli Ernici e oltre fino a Balsorano, dai confini dei castelli romani fino a Sessa Aurunca, veniva distrutta, massacrata un’identità ciociara già gravemente colpita da una provincia, quella di Frosinone, che non è mai stata rappresentazione della Ciociaria stessa, o forse, lo è stata ma solo di una parte.
E oggi? Oggi possiamo ricominciare a costruire l’identità, difendendo la nostra storia, restando in piedi sulle rovine dell’industrializzazione passata e guardando al futuro, magari raccordandoci con il passato e pensando con un po’ di malizia, che in fondo la Valle del Sacco è stata oggetto di innovazione, di sviluppo di nuove professionalità. Non dobbiamo, dunque, né abbandonare le radici né fare l’errore di chiuderci all’innovazione. Anzi. L’inquinamento, le brutture lasciate dall’industria dovranno essere il motore e i prodromi di soluzioni portate avanti dai nostri giovani, quel grande, immenso contenitore e patrimonio rappresentato da chi vive questa terra e che vuole che questa terra viva.
E allora orgoglio. L’identità non va svenduta. Siamo ciociari. Diciamolo a gran voce e senza remore alcuna.
Soltanto ricostruendo l’entità ciociara, richiamando in modo netto e senza stupide divisioni, a un territorio, alla sua storia, alle sue radici potremo recuperare il rapporto con la nostra terra femmina, madre generatrice di ogni cosa, madre cui tutti dobbiamo necessariamente la vita e la voglia di vivere.
Amala. È la tua terra.
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E se la polenta fosse nata in Ciociaria?

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soranipolenta

E se la polenta fosse nata prima nel BassoLazio e poi giunta nel nord Italia?
Polentata di Sant’Antonio a Sermoneta e nel BassoLazio, una storia che viene dal 1503.

C’è un dato che non sfugge a chi si avvicina alla cucina della Ciociaria e delle zone della provincia di Latina a ridosso di Lepini, Ausoni e Aurunci: la presenza della polenta tra i prodotti tipici, richiamo – addirittura – di una tradizione rurale che poneva il prelibato piatto al centro di una grande tavola, con carne di origine suina e la famiglia intorno, così come nelle usanze del nord Italia.
La domanda, dunque, viene naturale: come possibile che un piatto così nordico sia giunto a noi, costituendo, nei fatti, una piccola enclave tra le pietanze tipiche a latitudini più meridionali?
Ebbene si racconta che nel 1503 Guglielmo Caetani finalmente tornato a Sermoneta dall’esilio di Mantova portò con sé il seme del granturco, giunto dalle Americhe e facendone ampie coltivazioni sui fertili territori.
In poco tempo da quei semi, conoscendo già la lavorazione del grano, si poté fare la farina che inizialmente veniva utilizzata per procurare pietanze ai prigionieri del castello e, in seguito, dai poveri e dai pastori come cibo quotidiano.
Ben presto, così, nacque poi la polenta, una preparazione povera con i sapori della tradizione locale, nata dalla conoscenza di un miscuglio che si faceva con farine di grano con prevalenza di crusca e acqua, un piatto tipico per quei pastori che si spingevano su quelle terre alla ricerca di pascoli più verdi durante il periodo invernale.
In occasione della festa di Sant’Antonio protettore degli animali domestici, che ricorre il 17 gennaio, i pastori stessi scendevano in paese a far benedire i loro animali ed in questa occasione pare che vi fu offerta per la prima volta un piatto di polenta cucinata sulla pubblica piazza e condita con carne di maiale – che in genere veniva sacrificato tra la metà di dicembre e il giorno di Sant’Antonio.
La polenta quindi si diffuse velocemente – e apparentemente – prima in tutto il BassoLazio tra contadini e pastori e solo in un secondo tempo nel nord Italia, tra l’altro evitando – come riferito da fonti confutabili in rete – l’insorgere dello scorbuto dovuto all’eccesso senza proteine di carboidrati, grazie dunque alle pregiate carni.
Il clima mite ha permesso quindi, prima che nel resto d’Italia, il proliferare di piantagioni di mais e la preparazione della pietanza, diffusasi poi in tutto il territorio con riti relativi allo “sfamo” del popolo come a San Sebastiano a Villa Santo Stefano. 
Dipinto/incisione: Octave Edouard Jean Jahyer contadini sorani cucinano la polenta.
Fonte: osservatorelaziale.it su Sermoneta.
Articolo: Alex Vigliani.
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Epifania in Ciociaria, le origini del culto

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gallinarociociarefontanaEpifania. Festeggiata da sempre ma forse mai davvero compresa.
Volendo geo – localizzare la festività alla sola Ciociaria scopriamo da Egidio Ricci che nelle campagne ciociare era solito riunirsi per cercare di prevedere la raccolta delle messi annuali, osservando il comportamento del tempo nei dodici giorni che intercorrono tra il Natale (solstizio) e l’Epifania.
Mentre nella serata precedente la festa le ragazze auspicavano un possibile matrimonio durante l’anno: gettando foglie di olivo sulla brace, se la foglia scoppiava saltando l’evento sarebbe accaduto, se bruciava soltanto le speranze sarebbero rimaste deluse.
Torniamo al numero “12”. L’epifania viene festeggiata la dodicesima notte dopo il 25 dicembre, sol invictus, apice dei Saturnalia per il paganesimo romano. Una chiusura. Ancora oggi si disfa l’albero, ieri nemmeno troppo tempo fa, si smetteva di far ardere il ciocco nel camino.
L’epifania oggi, come ieri, chiude il ciclo di feste (tutte le feste porta via). Nelle zone rurali, ancor prima del ciocco, i contadini accendevano i loro fuochi in onore della Dea Madre al ritmo lunare – e non solare – per tutti i giorni che intercorrevano dal 21 – 25 dicembre fino al 6 gennaio in una sorta di capovolgimento del normale andare.
E la befana? Da dove nasce? Nella lettura volgare il termine “Epifania” si è trasformato in Pifania e poi in “Befana”.
Tuttavia la Befana, simpatica vecchietta a cavallo di una scopa, è rappresentazione della Dea Madre. Una madre invecchiata, quasi decrepita, che sul punto di addormentarsi (morire) al freddo dell’inverno, concede un ultimo dono nei pressi del focolare (ecco da cosa deriva il mettere le calze appese al camino).
La scopa è fatta di rametti secchi, il volo sospinto dal vento dell’inverno che porta la vecchina di casa in casa a lasciare i doni e, nell’immaginario antico, sopra i campi per propiziare raccolti generosi alla rinascita.
E a proposito di questo, proprio sopra gli stessi i campi veniva incenerita la Madre Terra – un fantoccio, una rappresentazione allegorica –  delegando al fuoco il compito del Sole. La stessa sarebbe risorta in primavera dalle sue stesse ceneri. I fuochi, propiziatori, purificatori, benedetti per la terra, erano esorcismo contro le privazioni passato.
La Madre Terra, nell’archetipo della befana, non è mai totalmente buona né per intero cattiva. Temibile, di certo. Dalle sembianze tutt’altro che rassicuranti, nell’epifania, ma dispensatrice di doni, così come nella stagione calda e più viva spesso rigogliosa ma mai totalmente generosa rischiando contadino e famiglia di incappare in siccità e anni poveri di raccolto.
Una madre che nutre i propri figli ma che sovente li umilia, frustra e sconfigge con le carestie, i diluvi, le grandinate, le gelate e le siccità.
Fonti:
Egidio Ricci – Almanacco di Ciociaria 
Cronache Esoteriche  
Foto: Gallinaro, ciociare alla fontana 
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Alcune tradizioni di Capodanno in Ciociaria. Pochi petardi e tanti rituali!

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costumeciociarocernitamazzolini
In Ciociaria fino a qualche tempo addietro era viva la tradizione di portare gli auguri, durante la notte di Capodanno e di scambiare con i conoscenti felicitazioni e doni.
Allo scoccare della mezzanotte, mentre il “ciocco” ardeva nel camino, tra spari botti di castagnole ed il fragore dei cocci gettati dalla finestra, si brindava alle auspicate fortune, le massaie di #Amaseno esponevano sul davanzale il lievito che doveva fermentare il pane del nuovo anno.
Subito dopo da più parti, gruppi di giovani si recavano dinanzi alle abitazioni degli amici, e intonavano la canzone della questua accompagnati dal suono dell’organetto e della caccavella.

Bondì bonanne
arapri l’arca, ch’è Capedanne

si gridava a tutta voce a #CastrodeiVolsci, mentre a#Veroli e #Ferentino i cantori snocciolavano filastrocche, tendendo il busto in avanti e portando la mano all’orecchio, nell’atteggiamento di chi sta attento per percepire lo scricchiolio dell’uscio che sta per aprirsi.

Me so partito da luntane apposta
pe’ venì a rutruvà la cummare
gli compare e gli amici nostri
Tolli lu chiavi de s’arcuccia
chello ch ci sta dentro è roba nostra
cheste lu lasse a vui, fior de murtella,
se ci vulite dà ca’ ciammella;
si meci de ciammella, è ‘na pollastra
ce la magnimo tutta fino a pasqua.

costumiA #Frosinone invece: era abitudine, la notte del primo dell’anno, passata la mezzanotte e la notte della vigilia della Epifania, andare in giro per la città per portare la serenata augurale (la matunata) a casa di parenti e amici. Fino a qualche tempo fa erano numerorissime le squadre di cittadini di tutti i rioni ( glie Giardine, Sant’Antonie, Santa Maria ,Piazza Garibaldi ecc.) che in queste occasioni con chitarre, organetti, cutufù, acciarine ,caccavelle triccheballàcche, animavano la nottata in manifestazioni di spensierata allegria.

Tra i ritornelli ricordiamo :
“Care Cumpare ce sieme unùte/ i te salute i te salute ! “
“Arecoglie la rosa/ la spina lasciai/ m’annamurai Rosina di te “

Alla fine della serenata la cummare i glie cumpare aprono la porta e dopo lo scambio di auguri e felicitazioni, invitano tutti ad entrare e secondo l’ antica consuetudine ciociara offrono loro vino, ciambelle, ciambelline e salsicce.

Tratto da:
Almanacco di Ciociaria, Egidio Ricci.
Sito Comune di Frosinone, tradizioni del Capoluogo. 

Foto:
Costume Ciociaro, la cernita, Mazzolini.
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Il Natale nelle case ciociare: storie e tradizioni della “novena” degli zampognari e del ciocco nel camino.

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zampogne

“In Ciociaria, il Natale è ancora la festa tipica della famiglia, malgrado molte tradizioni vadano scomparendo. Fino a pochi anni addietro, l’atmosfera natalizia era preparata dalla “novena degli zampognari”, i quali ai primi di Dicembre, dai paesi della Valle di Comino, si spostavano in tutta la regione e a coppia suonavano la nenia dinanzi alle porte delle case”.”La sera della “vigilia” il tradizionale ciocco ardeva nel camino di ogni dimora”.

A darci tali nozioni è Egidio Ricci nella pagina dedicata al 24 dicembre del suo Almanacco di Ciociaria. Ma da dove ci giunge la tradizione del ciocco? E quali significati ricalca?
Ci viene dato sapere che era dato al capo famiglia il compito di gettare nel camino il ciocco di legno, dopo tutta una serie di rituali.
Era il ceppo di Natale, usanza cara ai popoli nordici ma anche a quelli dei balcani, diffusa in quasi tutta Europa e risalente al periodo pre cristiano, quando al fuoco era dato il compito di purificare il passaggio nella porta solstiziale, archetipo del sole e della rinascita del giorno.
Il ceppo, da cui viene preso idealmente in Francia, anche la forma tipica e il nome del “tronchetto”, restava a bruciare nel camino fino all’epifania, intorno tutta la famiglia nel rito del focolare e della divinazione solare.
Luce e calore al centro, tutto intorno la famiglia unita nell’auspicio di un inverno meno freddo e austero. Il ceppo oggi è stato sostituito da un albero che fa luce dall’8 dicembre fino al 6 gennaio, ma il significato cui rimanda è forse lo stesso. Frassino o abete che sia.
Nelle piccole case di campagna, su un tavolino, in periodo cristiano un presepe faceva già la gioia dei bambini: una grotticella di cartapesta, pochi pupazzetti di terracotta, alcune zolle di muschio, su cui era stata sparsa una manciata di farina, per raffigurare il paesaggio invernale.
E così nel tempo che sfugge a ogni cosa, alle tradizioni dell’uomo, a volte si rinnovano, spesso si innovano, tradizioni e usi che giungono forse da lontano, mutuate alle nuove conoscenze, al provare e riprovare di nuove ricette. Così il dolce della ricorrenza in talune case di Ciociaria, per la maggiore nel nord, consiste nel panpepato o pangiallo, altrove di frittelle è fatto questo periodo, con pasta ripiena con uva passa, pezzi di baccalà e di mela, cotte all’olio in padella, e poi cosparse di zucchero.
Dopotutto, e per fortuna, è ancor oggi libertà trascorrere questi giorni così come si conviene.

Alex Vigliani

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