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Latina Archivi - Itinarrando

Sabato 9 febbraio alla scoperta dell’area archeologica di PRIVERNUM e di PRIVERNO.

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Sabato 9 febbraio ore 9,00
per partecipare: dettagli e prenotazioni al 380 765 18 94
con Itinarrando Arte del Camminare – Ass.Culturale ViviCiociaria.
Con la guida turistica: Alessandra Leo.
Un viaggio nel tempo che ci porterà alla scoperta dei segreti dell’area archeologica di Privernum (LT)
un percorso storico che dai reperti dell’area archeologica di Privernum ci porterà a Priverno (non percorso camminato, ma spostamento in auto) nello splendido centro storico e nella chiesa che custodisce il cranio di San Tommaso D’Aquino, che a Fossanova – poco distante – vide la fine dei suoi giorni terreni.
*Per partecipare si deve essere o diventare soci dell’Associazione Culturale Itinarrando Arte del Camminare – anno associativo 2019.
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Come in una favola. Ninfa e Norba tra principi, re e principesse.

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ninfadicisternaanni2030aurelioscarpetta— Di Francesca Mattiello
Lo abbiamo ripetuto mille volte dalle pagine virtuali di questo blog. Consideriamo un unico territorio, quello che fu di Campagna e Marittima e quello che era di Terra di Lavoro fino al nord della Campania. Ma soprattutto, amanti del bello e del viaggio, del cammino come inizio di ogni avventura, non abbiamo confini di sorta che riescano a porre un veto sulla nostra sete di conoscenza.
Così, e per questo, giungiamo a Ninfa e Norba Antica, itinarrando e itinarranti emozioni e passi lenti, un viaggio che domenica 25 giugno proporremo ai soci di ViviCiociaria e Itinarrando.
Una Terra fatta di borghi e angoli dimenticati, di rovine, di giardini e di antichi templi posti sulla cima di una collina. E’ tutto ciò che non ti aspetti di vedere e che invece poi, inevitabilmente, è destinato a sorprenderci.
Piccoli angoli di meraviglia, quelli che un viaggio verso la pianura pontina, è riuscito a regalarci.
Il racconto di una storia diversa questa volta, fatto di miti e leggende che si rivelano con toni romantici e a tratti malinconici.
Un viaggio che una mattina di poche settimane fa ci ha condotti verso Ninfa, un luogo dove il tempo sembra aver congelato e tenuta intatta la sua affascinante bellezza.
Definito dal New York Times “il più bel giardino romantico del mondo”, è uno splendido esempio di poesia e architettura medievale. Oggi proprietà della famiglia Caetani, i Giardini di Ninfa vantano una storia e uno scenario in grado di incantare ancora oggi le migliaia di persone che impazientemente attendono “la bella stagione” per farvi visita.
Roseti, cespugli, alberi ad alto fusto, colori dirompenti, ruderi di Chiese, un castello merlato e un romantico lago riflesso. Ma soprattutto una leggenda, quella della bella Ninfa, principessa che portava il nome della città stessa.
Si narra che suo padre, un governante saggio e accorto, desiderasse bonificare le terre paludose che minacciavano e limitavano continuamente le attività dei campi, delle arti e dei mestieri. Così promise la mano di sua figlia a colui che fosse riuscito in questa nobile impresa, ridando vita a tutto il territorio fino al mare.
I due contendenti furono il principe Martino, leale e coraggioso che segretamente amava la bella Ninfa, ed il principe Moro, noto stregone dedito alle arti occulte.norbantica2
Martino, con una serie di opere di bonifica stava portando a termine il lavoro nella parte del terreno assegnatagli. Fu a quel punto che Moro, con una sorta di incantesimo, prosciugò in un baleno il suo territorio vincendo la sfida.
Il Re, pur conoscendo l’amore che univa Ninfa a Martino, non poteva sottrarsi alla parola data. Fu così che al rifiuto della figlia di prendere in sposo il vincitore, la fece rinchiudere nella torre del castello.
La principessa, visto svanire il suo desiderio d’amore con il suo amato Martino, una notte salì fin sui merli e da lì si gettò nel lago.
Si narra che nelle notti di luna piena dal lago è possibile udire una sorta di nènia, il lamento di due giovani innamorati che hanno visto infranto il loro bel sogno d’amore e che proprio in quelle notti, il profilo di Norma, poco più in alto, somigli distintamente alla figura di una “Bella Addormentata”.
norbaanticaLasciamo Ninfa alle nostre spalle, proseguendo oltre, percorriamo ancora un buon tratto di pianura finché incombente su di noi appare Lei, in posizione dominante sull’intero panorama. E’ Norma questa volta, che vanta una storia antica e gloriosa. Man mano che si sale i tornanti lasciano spazio ad uno scenario sempre più inaspettato. A pochi passi dall’entrata in questo piccolo paesino fatto di case modeste, è possibile trovare i resti dell’Antica Norba, circondata da mura ciclopiche che racchiudono come uno scrigno un mondo ormai silenzioso, fatto di resti di case e templi.
Varcata la prima porta si ha la sensazione di oltrepassare un confine: ai nostri occhi si palesano distese verdi e un cielo azzurro che fanno da cornice ad un tratto di storia.
Gli antichi attribuiscono ad Ercole la fondazione della cosiddetta città di pietra.
Virgilio nell’Eneide narra che Ercole dopo la vittoria su Giunone, portò con se come preda un gregge di tori e vacche, che fece pascolare sul suolo latino.
Caco, antica divinità del fuoco, mezzo uomo e mezzo animale, vide la mandria, rubò quattro tori e quattro vacche. Per farne perdere le tracce le tirò per la coda, in modo che le orme andassero nella direzione opposta alla sua orrida grotta. Ercole grazie al muggito delle vacche rinchiuse, riuscì ad arrivare nell’antro tenebroso, dove trovò ed uccise Caco, strangolandolo con la sua forza immane. Dopo aver liberato le vacche e i tori rubati, fondò lì una città, la città di Norba.
Una distesa enorme di rovine si susseguono a perdita d’occhio.
Scavi, mosaici e strade di una vera e propria città che è possibile percorrere con i nostri piedi. Lo stupore di sentirsi parte per un attimo di un tratto di storia. Non quella raccontata sui libri, ma quella che per un attimo possiamo toccare con il palmo delle nostre mani.
Oggi meta di appassionati di lanci con il deltaplano che volano sopra l’agro pontino per godere dell’alto di un panorama senza precedenti.
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Ma quale divisione. Un’unica grande regione che dalla Ciociaria va al litorale pontino: è la storia che lo dice.

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cioc2— Di Alex Vigliani
Frosinone e Latina. Ciociaria e agro pontino. Campanilismo, certo. Divisioni di vedute, altrettanto scontato. Eppure camminando tra le pagine della storia raccontata al Museo Piana delle Orme, che abbiamo visitato lo scorso domenica 28 maggio, un dato salta agli occhi: l’ineluttabile necessità di unione di due comparti territoriali tanto divisi quanto uniti nei destini e nelle potenzialità perdute, fino ad ora, a causa della cecità amministrativa di chi, facendosi prendere dalla realtà dello sfottò calcistico/campanilistico, ha dimenticato in modo evidente che il BassoLazio è un territorio unito dalle montagne al mare, dalle campagne ciociare alle piane pontine, terra di interscambio culturale e ricca di bellezze e vicende storiche dall’alba dei tempi.
Abbazie, chiese, passi e rifugi templari, storie di santi e briganti strette come intrecci. Tragedie storiche e sofferenze condivise. E se la ciocia bcioc1atteva sul territorio pontino e annaspando superava di “ciafrocca” la fanghiglia paludosa, se le vesti gualcite delle donne finivano logore dal duro lavoro, se tanti ciociari hanno dato la vita, transumanti di speranza per un tozzo di pane in più, se ai veneti fu dato in futuro la stessa coltivazione di terre con i medesimi sacrifici su elencati, allora è chiaro che la piana pontina è terra condivisa ma non di conquista, di incontro di culture dove tanto i veneti quanto tanti discendenti di ciociari e laborini vivono ancor’oggi.
Dagli Ernici al mare, guidati dal panorama che si apprezza dalle alture e che racconta di terre tanto vicine, solo apparentemente divise dal taglio netto delle montagne.
Non solo Sonnino, Maenza, Priverno, Sezze, Prossedi, Roccagorga o Roccasecca dei Volsci già più vicine, se non adese, all’entroterra e con tanto in comune. Non solo il centro storico di Terracina, in cui insistono testimonianze di usi, costumi e tradizioni simili alla Ciociaria. Non solo Ninfa, Sermoneta o Norba che ridendo strizza l’occhio ad Alatri. Senza vedersi, senza incontrarsi, ma conoscendosi per parentele lontane. Ma tutta la piana pontina, il litorale, la Riviera d’Ulisse con Sperlonga e San Felice con Circe addormentata, dea amata tanto qui quanto lì dove i suoi capelli formano il mare.
E Latina, il suo centro ordinato, la capacità per certi versi di far consorzio dell’agricoltura e la volontà di tanti giovani di recuperare, promuovere, sospingere. Un amore condiviso, quello di due capoluoghi e, con loro, due territori, che han bisogno gli uni degli altri per essere potenza, forza e costruire un comparto territoriale capace di una promozione turistica senza pari. Il solco tracciato dai passi di chi venne prima di noi, che da questi verdi declivi adombrati da vette che sanno già d’Abruzzo sapeva spingersi, passo dopo passo, verso il mare. Questo mondo, questo nostro piccolo grande mondo, che fu di antichi popoli, dai volsci/ernici/sanniti ai romani, terre di transumanti e di coloni con buona pace della zanzara anophele a seminar morte come l’onesto contadino la vita sopra la piana.
Un territorio unico, un’unica regione – quella del BassoLazio con il verdeggiante Liri che riflette Ernici, Lepini e Mainarde, vette che nostalgiche si scambiano sguardi d’amore con l’azzurro del mare, fin tanto vicino, quasi da prendersi idealmente per mano.
BassoLazio: è ora di osare. Un’unica grande terra dalle mille potenzialità, dalle mille grandi risorse. E chissà quante soluzioni al vaglio, lavorando insieme, per inquinamento, sostenibilità e vivibilità.
Foto 1: Piana delle Orme, ricostruzione di uno dei tanti lutti legati alla malaria, nelle civiltà agro pastorali della piana pontina. Dettaglio: il calzare tipico delle nostre zone.
Foto 2: Piana delle Orme, pescatore dell’agro pontino che intreccia una cesta con ai piedi le ciocie.
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Di profughi istriani in Ciociaria e BassoLazio e di ciociari infoibati.

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esulegiuliana“Come vorrei essere un albero che sa dove nasce e dove morità” cantava così Sergio Endrigo, nato a Pola e costretto a lasciar la sua terra nel 1947 in una canzone talmente struggente da farsi carne.
Il dramma degli infoibati, quelli che non videro futuro, il dramma degli esuli, quelli che il futuro lo cercarono lasciando purtroppo la terra natia consacrata al suolo italico, ma di colpo non più del Belpaese.  
Siamo nel 1945. Epurazioni, occupazioni militari e il passaggio di quelle terre alla Jugoslavia portano tanti italiani a svegliarsi stranieri in casa propria.
Mentre a Bologna, il treno degli esuli, vede lo scherno e il disprezzo di alcuni cittadini che addirittura disperdono gli alimenti destinati agli istriani giuliano dalmati, la Ciociaria come tutto il BassoLazio (Gaeta e Latina in prima fila) si dimostrano terra d’accoglienza.
Uomini, donne, bambini. Intere famiglie vengono sistemate nella struttura delle Fraschette, là dove già alcuni abitanti di quelle zone, ancor prima dell’epopea delle vittime dell’esodo, erano stati “ospitati” durante la guerra, considerati “allogeni” italiani della Venezia Giulia, della Slovenia e della Croazia. Considerati cittadini italiani “diversi”, inseriti dal Fascismo in un dubbio processo di assimilazione.
Imprecisato comunque il numero degli esuli che trovano sistemazione nel campo sito nei pressi di Alatri. Pochi quelli ospitati a Frosinone in zona scalo, molti di più a Latina – nel nuovo quartiere denominato Villaggio Trieste – e a Gaeta che si dimostra realtà capofila nell’accoglienza. Nella città costiera tante le interazioni tra le popolazioni locali e gli esuli, così come anche ad Alatri dove nasce una profonda solidarietà con quelle popolazioni vittime di riflesso degli sconvolgimenti della seconda guerra mondiale.
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Il campo delle Fraschette

 

Dal centro studi cassinati, in merito a quei giorni, la testimonianza di Attilio de Arcangelis originario di Arpino che fatto prigioniero dai tedeschi viene rinchiuso nel carcere di Pola da dove evade nell’aprile del 1945.  Il 14 maggio, però, viene catturato dalla milizia slava. E racconta che dopo un’altra settimana di carcere, il 20 maggio aveva dovuto camminare fino a Fasana per imbarcarsi al mattino presto sulla motocisterna ‘Lino Campanella’. Arrivato nei pressi del canale Area la nave aveva sbattuto contro una mina. Quindi ognuno degli occupanti aveva cercato di salvarsi come poteva. Mentre erano in mare, però, i partigiani titini di scorta li avevano mitragliati ammazzandone una ventina.
Nello stesso articolo, pubblico i nomi di quegli uomini di Ciociaria che hanno condiviso lo stesso triste destino comune a tanti cittadini istriani:
Emilio Adamo, agente di pubblica sicurezza nato a Ripi, arrestato e scomparso il 3 maggio 1945
Adamo Adamo, agente di pubblica sicurezza nato a Ripi, scomparso il 19 maggio 1945
Loreto Massimi, bersagliere, nato a Frosinone, scomparso il 19 maggio 1945
Adriano Raimondo, finanziere, nato a Coreno Ausonio, scomparso tra il ’44 e il ’45.
Angelo dell’Orco, agente di pubblica sicurezza nato ad Alatri, scomparso il 3 maggio 1945.
Gerardo Savo Sardaro, agente di pubblica sicurezza, di Torrice, arrestato e scomparso il 1 maggio del ’45.
Francesco Sperduti, agente di pubblica sicurezza, di Frosinone, soppresso il 14 giugno 1945.
Ruggiero Travaini, bersagliere, nato in provincia di Frosinone, scomparso nei primi giorni del maggio ’45.
Umberto Zaino, agente di pubblica sicurezza, di Broccostella, arrestato e ucciso nel maggio ’45.
Federico D’Acierno, tenente dei carabinieri, di Fondi, scomparso nel maggio del ’45.
Ernesto Ricci, carabiniere, di Sezze, arrestato e scomparso il 3 maggio 1945.
Felice Gavallotti, di Arpino, ingegnere a Udine, scomparso il 2 dicembre del ’44.
Quest’ultimo però figura nella lista degli “scomparsi prima del 1 maggio 1945”.
Articolo: Alex Vigliani
Un ringraziamento a Marco Occhipinti per il supporto.
Fonti:
Le fraschette di Alatri, Mario Costantini – Marilinda Figliozzi
Historiamilitaria.it
http://ricerca.gelocal.it/messaggeroveneto/archivio/messaggeroveneto/2006/03/09/PN_09_SEE1.html
www.diecifebbraio.info
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