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Frosinone Archivi - Itinarrando

Questa sera 15 luglio, ore 18,30, Il cammino di San Benedetto in foto e racconti con i protagonisti del cammino.

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Appuntamento per questa sera, 15 luglio a partire dalle 18,30 presso Grid, Frosinone, Corso della Repubblica 48/52, per il racconto e le foto del Cammino di San Benedetto di Itinarrando e ViviCiociaria.

Un modo per incontrare i protagonisti del cammino, che abbiano percorso una tappa, due o tutti i 325 km, per raccontare le emozioni e le suggestioni di un’esperienza unica che ha visto l’associazione culturale Itinarrando organizzare e camminare lungo il cammino di San Benedetto, con particolare attenzione alla comunicazione e al racconto in diretta.

Da Norcia a Montecassino, materiale fotografico ma soprattutto racconti con il cuore, quelli che stasera i partecipanti si troveranno dinanzi, potendo ascoltare vivavoce l’esperienza di chi ha vissuto questa avventura di 14 giorni.
Partecipate! Entrata gratuita!

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Il valore eterno delle montagne di casa: Monte Cacume.

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Di Alex Vigliani

Noi di Frosinone, noi che siamo gente di fondo valle, una montagna abbiamo dovuto adottarcela.
Eppure da queste parti avremmo potuto sentirle un po’ tutte nostre, non perché Capoluogo di provincia, sia chiaro, ma poiché inseriti come siamo nel bel mezzo di una valle, dalle montagne siamo circondati.
Ernici da una parte, Lepini dall’altra. Se volgiamo poi lo sguardo nemmeno troppo più in là si intravede già Monte Cairo e il suo massiccio e ancora oltre le Mainarde. E poi la modesta linea degli Ausoni.
Dove invece è tutto aperto, lì, lo sappiamo da sempre, c’è Roma.
Ma noi, a Frosinone, per restare con i piedi per terra, una montagna abbiamo dovuto adottarcela.
E così abbiamo fatto.
Ce ne siamo scelti una che supera di poco i 1000 metri ma che sa inequivocabilmente di casa. Quando sei sull’autostrada, quando arrivi in treno, quella montagna puntuta, dalla forma assai strana e dal nome curioso, vuol dire famiglia, focolare domestico, luogo amico.
Se chiedi a uno di Frosinone abituato a viaggiare ti risponderà di certo che se vedi Cacume allora stai a “caseta”.
Monte Cacume o Caccume, 1095 m, territorio di Patrica (grazioso presepe arroccato sui Lepini), nel mezzo dell’acceso dibattito tra studiosi, storici locali e cittadini che da anni e anni si contendono la verità sull’esser stato citato con cognizione da Dante Alighieri nella Divina Commedia.
Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, montasi su in Bismantova e ‘n Cacume con esso i piè; ma qui convien ch’om voli; ” 
A dire il vero ci sarebbe pure Monte Gemma, che fa territorio di Supino – altro splendido borgo ciociaro. Che è pure più altro e per certi versi più imponente e massiccio. E poi ha un nome anche più carino. Ma che volete, l’amore è cieco e Cacume ha questa forma particolare che da sempre richiama alla fantasia degli abitanti di queste parti e che sembra puntare dritto al cielo. Molto più alto, assai più e più ancora di qualsiasi vetta, punto di osservazione in passato sull’antica via che dava accesso e comunicazione tra una valle e l’altra.
Luogo di transumanza, aspirazioni, ascese e tanto altro.
Oggi – e a dire il vero da più di un secolo – sulla sua vetta c’è una chiesetta – da poco totalmente restaurata – e una campana che tutti i viandanti che vi giungano in cima dovranno suonare. E prima o poi, da queste parti, capiterà a tutti di farlo. Come nessun’altra vetta, nei dintorni, è difatti capace di richiamare lo spirito ardito dell’insonnolito frusinate affondato nel divano domenicale e nell’apatia delle corsie dei centri commerciali. Il magnetismo di Cacume: un’attrazione la cui spiegazione è verosimile deduzione e nulla più. Di sicuro, però, c’è che anche chi come me c’è andato mille volte e mille volte è andato altrove per altre mille volte ci tornerà;  e sarà sempre la prima volta la lenta prassi dell’arrivo in vetta. Il suonar della campana, entrar nella chiesetta, affacciarsi dal “balcone”, guardare la valle, voltarsi a sinistra a guardar Monte Gemma.
E poi mani sui fianchi a respirare aria.
Aria di famiglia, aria di casa.
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04.05.2018: Adriano Angelini candidato al premio strega, ospite a Frosinone di Itinarrando, ViviCiociaria e Grid!

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Ass.Culturale ViviCiociaria con Mondadori Book Store
vi invita a partecipare: Venerdì 4 maggio, Frosinone centro storico, ore 18,30 presso i locali messi a disposizione da Grid -, Corso della Repubblica 48/52 – alla presentazione del libro – candidato al premio strega 2018 – edito da Gaffi – “L’ultimo Singolo di Lucio Battisti”
con la partecipazione di:
Adriano Angelini Sut (Autore del libro)
Serena Ritarossi (Giornalista)
https://www.premiostrega.it/lultimo-singlo-di-lucio-battisti/
«Una saga italiana, che inizia alla fine degli anni Cinquanta e si conclude nel 1998 con la morte di Lucio Battisti, raccontata attraverso la storia di tre famiglie di tre estrazioni sociali diverse, di cui una di ebrei osservanti, e tre generazioni. Un ritratto dell’Italia dove la Storia costituisce il fondale talvolta discreto, talvolta invadente con l’infinita contrapposizione fra fascisti e comunisti, circondati e talvolta “soffocati” dall’affarismo che non conosce ideali o ideologie. Nel romanzo di Angelini Sut, però, i veri protagonisti sono gli uomini e le donne di questi quarant’anni, e soprattutto la generazione di mezzo, quella dei bambini che diventano giovani negli anni ’70 e vivono la rivoluzione iniziata nel ’68, raccontata con le immagini psichedeliche indotte dall’Lsd e la musica inglese e americana che fa da commento armonico (o disarmonico) agli scontri con la polizia o fra militanti di diverse fazioni politiche, agli intrighi affaristici, o al qualunquismo benpensante, ma anche alle storie intime e personali. In questo largo affresco di un’epoca il filo rosso è musicale: uno dei protagonisti della generazione di mezzo, giovane compositore, incontra casualmente Lucio Battisti ai suoi esordi, e lo insegue per tutto il romanzo cercando di incontrarlo per fargli ascoltare la sua musica che produttori e agenti mostrano di non apprezzare perché contano solo i cantautori “impegnati”. L’inseguimento, discreto e rispettoso, finirà con la morte del cantante che lascia inesaudito il desiderio del suo fan, portando così a compimento la sottile malinconia che aleggia in queste pagine nelle quali si percepisce il senso della pervicace invadenza della cronaca (destinata a farsi storia) anche là dove solo il giudizio artistico e la passione dovrebbero regnare sovrani. Angelini Sut con ammirevole risolutezza esordisce con un romanzo impegnativo e coraggioso nel quale è ben dosato l’equilibrio fra dialoghi e narrazione, fra inflessione dialettale con funzione espressionistica e lingua standard, anch’esse specchio e metafora della complessa realtà italiana che lo scrittore vuole rappresentare.»
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Venerdì 16 marzo, ore 18,30, Francesco Grandis autore di “La Strada Giusta”, ospite a Frosinone di Itinarrando, Mondadori e Grid.

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Venerdì 16 marzo, ore 18,30, il centro storico di Frosinone – salotto culturale della città – vedrà, nei locali messi a disposizione da Grid in Corso della Repubblica 48 – 52, la presenza di Francesco Grandis, autore del libro “Sulla Strada Giusta” edito da Rizzoli, per un incontro organizzato dall’Associazione Culturale Itinarrando – Vivi Ciociaria in collaborazione con il Book Store Mondadori di Via Aldo Moro nonché i ragazzi del già citato Grid.
Una presenza che rientra nell’ambito del ciclo di presentazioni “Letture Itinarranti” che mira a portare nel capoluogo frusinate autori di testi di viaggio e cammino, due delle tematiche che anima da sempre l’attività dell’associazione culturale Vivi Ciociaria prima, Itinarrando poi, con sede in Via Garibaldi 10.
Francesco Grandis nel libro “Sulla strada giusta” racconta la sua storia. Era un ingegnere con un lavoro a tempo indeterminato. Aveva tutto al posto giusto. Quella serie di cose messe in ordine di importanza dalla società odierna. Una laurea, uno stipendio più che buono, una carriera, la possibilità di comprare una casa con il mutuo, una vacanza ogni tanto, metter su famiglia e chissà magari godersi una pensione privata un giorno.
Eppure Francesco non era felice. Non gli bastava. Ma non con lo spirito ingordo di chi ha tanto e vuol di più. No, voleva di più, ossia quello che per la società odierna è poi “meno” ma che per uno spirito libero è “TUTTO”.Così un giorno si licenzia e decide di partire per un lungo viaggio.
Un viaggio alla scoperta del mondo, ma non solo, un viaggio alla ricerca della felicità, della soddisfazione personale.Da qui comincia la storia di Francesco Grandis, prima turista poi viaggiatore, camminatore, esploratore dell’anima che chi parteciperà avrà la fortuna di incontrare e soprattutto scoprire Venerdì 16 marzo ore 18,30 da Grid, Frosinone, Corso della Repubblica 48/52.
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Si rinnova il carnevale storico di Frosinone. La festa della radeca, nel trattato mondiale di James Frazer.

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Di Alex Vigliani
«Ricchi e poveri mescolati insieme ballavano tutti furiosamente il saltarello. Un’usanza speciale della festa era che ognuno dovesse tenere in mano la cosiddetta Radica, ossia una lunga foglia di aloe o meglio di agave. Chiunque si fosse avventurato nella folla senza tal foglia, sarebbe stato spinto fuori a gomitate senza pietà, a meno che non portasse come sostituto un grande cavolo, all’estremità di un lungo bastone o un ciuffo d’erba curiosamente intrecciato… echeggia l’inno del Carnevale, tra un rumore assordante, le foglie di aloe e di cavolo roteano per l’aria e scendono imparzialmente sulla testa del giusto e del peccatore; si impegna così una libera battaglia che aggiunge brio alla festa…. » James Frazer, Il Ramo D’oro.
Se esiste un punto di contatto tra il passato e il presente questo è la memoria storica. Quella dei riti, delle modalità di partecipazione a un evento condiviso e vissuto. Popolare. Nato da movimenti ancestrali atti a purificare e/o divinare giorni felici di raccolto e fertilità demandando alla natura, divinità unica cui tutto era dovuto – vita e morte – di non esser troppo dura, pur sempre madre, ma amorevole con i propri figli.
Così giunge ai giorni nostri, cavalcando fatti storici ed evoluzioni/involuzioni cittadine la ritualità della Radeca che si rinnova ogni anno nel Capoluogo frusinate. Una commistione tra rito pagano e storia che ha il pregio di farsi portatrice di una memoria storica altrimenti presta a dimenticarsi nei giorni convulsi che viviamo.
Un rituale pagano, propiziatorio, che oggi ha perso la sua forza divinatrice alla fertilità, traghettando a noi la storia dell’occupazione franco – polacca nella città di Frosinone.
Modi e tematiche sono trattate ne “Il Ramo D’Oro” di James Frazer, antropologo di fama mondiale nel capitolo dedicato alla morte del carnevale. Un libro importante, studiato spesso nelle facoltà di antropologia, che incontra riti e tematiche più imponenti a livello globale e che dedica uno stralcio a questa che, per Frazer, era importante festività dai forti connotati antropologicamente rilevanti per comprendere le basi di un rito antico e pagano come quello del carnevale.
Ma cos’è la festa della radeca e cosa rappresenta. Inutile dire che l’utilizzo della foglia d’agave, oggi a simbolo della festività, è presente dalla metà del ‘500, quando cioè la pianta viene importata dal centro america a fa la sua comparsa in alcune zone dell’Italia. Prima, con rito già esistente, ciò che veniva innalzato al cielo erano le piante di stagione a foglia larga, quelle – per intenderci – che nei periodi invernali venivano consumate e provenienti dagli orti e dai campi. Il luogo deputato era la zona in cui si incrociavano più campi, quindi ipoteticamente la zona dell’attuale De Mattheis, su cui tra l’altro i nostri avi calpestavano l’antica necropoli volsca, luogo sacro poiché posto vicino al fiume e alla confluenza di più energie. Lecito pensare che per questo rituale non si risalisse nel centro cittadino, ma che essendo prettamente agro pastorale il luogo “feticcio” fosse proprio in prossimità dell’attività contadina.
Si danzava in circolo? Certo. Poiché il circolo era il movimento, l’aria, a generarsi intorno a un fuoco – uno dei tanti che venivano accesi e sempre con intento divinatorio – cantando e richiamando alla fertilità: quella della terra, quella dell’uomo che nella procreazione vedeva la fortuna – e come potrebbe non essere così – della sua genìa. Il futuro di una terra che non avrebbe perso e il fluire del sangue di padre in figlio. Al termine, probabilmente, giungeva un grande carro, una figura da bruciare e innalzare al cielo che in tante culture è detta “Re Carnevale”. Ricomporre in prossimità della fine dell’inverno il Dio Sole attraverso il fuoco sacro, bruciando gli scarti di raccolto e con essi l’anno passato, richiamando a un calendario che vedeva il nuovo anno cominciare non di certo a gennaio ma il primo marzo (epoca romana).

Oggi ovviamente la festa della Radeca ha assunto toni e significati diversi, non abbandonando però quella radice pagana agro pastorale che la contraddistingue, non è un caso d’altronde che la chiesa locale ne abbia vietato il rituale nella domenica sebbene il significato odierno sia a una prima analisi il ricordo storico della cacciata dei franco polacchi e della difesa dell’appartenenza allo Stato della Chiesa (anche se poi non sarà così, l’opposizione del popolo frusinate vi fu per le angherie dei francesi).
Siamo dunque nel 1798  le truppe franco polacche premono alle porte di Frosinone. Vogliono entrare nella zona dell’attuale Rione Giardino. Ma i cittadini insorgono, si difendono, combattono. L’alberto della libertà eretto da Luigi Angeloni, che della repubblica romana si faceva portatore, viene dato alle fiamme. Lungo uno dei costoni di difesa di Frosinone i soldati franco polacchi cadono l’uno dietro l’altro. Colpiti, feriti, ricacciati indietro da una città che si fa invalicabile. L’accesso a Frosinone viene sbarrato, il centro diventa un fortino. Porta romana stessa viene riempita di ogni tipo di suppellettile per impedire l’entrata delle truppe. Sul campo rimarranno, tra le fila degli invasori, più di 600 uomini. Passeranno, certo, ma lo faranno perché a sostenere la difesa non arriveranno i rinforzi promessi da Ferdinando I di Borbone. Un manipolo di soldati rinforzati da civili terrà testa all’esercito franco – polacco per giorni, prima di doversi arrendere. E fu qui, che mentre Angeloni a Roma richiamava alla fedeltà di Frosinone alla neonata repubblica romana sotto bandiera francese, richiedendo che non vi fossero le angherie di cui i soldati s’erano già altrove resi responsabili, che gli stessi diedero vita alla tremenda vendetta. Lo stesso zio di Angeloni, Leopoldo Contini, verrà ucciso nel proprio letto già stanco e malato. Le chiese verranno profanate, molte donne stuprate, uomini uccisi di cui verranno ritrovati i resti anni dopo sotto le stesse chiese. Tutto verrà depredato dalla furia dei soldati francesi. La storia però consacra il popolo frusinate come indomito e fiero delle proprie radici. Così nonostante le angherie subite, nemmeno un anno dopo si procederà alla preparazione del rito della radeca. In un clima terribile tanto per i cittadini frusinati quanto per i francesi – che subivano ogni sorta d’attacchi – i cittadini si diedero appuntamento nell’attuale De Mattheis. Si misero in circolo e cominciarono a cantare brandendo la foglia d’agave. La notizia giunse a Ferentino, il comando francese venne così avvisato che in città era scoppiata una rivolta, l’ennesima. Così giunge a Frosinone il generale Championnet (storicamente non arrivò mai, morirà nel 1800, nel 1799 richiamato in Francia per rispondere alla corte di Giustizia, quindi meglio sarebbe dire il generale Antoine Girardon) che si ritrovò nel mezzo dei festeggiamenti, preso nel mezzo della festa tra balli, risa e canti di una città indomita che ricaccerà tanto culturalmente quanto fisicamente l’invasore francese, con buona pace dell’innocente Luigi Angeloni che credeva nella buona fede d’oltralpe.
Nel rituale della radeca, oggi il luogo tributato alla partenza del corteo e del circolo, è proprio quello in cui si tenne la resistenza del popolo frusinate. Il corteo danzante e in circolo attraversa tutta la città storica. Sono vietati i cappelli duri a ricordare i francesi, è assolutamente necessario avere in mano la “radeca” se non si vuole incorrere nella punizione che consiste nel subire un certo numero di “radecate”, soprattutto sulla testa, chi è forestiero o nuovo della manifestazione deve essere “battezzato” con il tocco della radeca sulla schiena come rito di iniziazione.
Figure archetipo della manifestazione: non c’è solo quella del generale che verrà dato alla fiamme come ogni “Re Carnevale” che si rispetti, vi è la figura del notaro a sella d’asino, un cittadino in costume che legge al resto della popolazione il bando, cioè un foglio scritto in chiave satirica per criticare, senza pericolo di guai giudiziari, le mancanze degli amministratori ed il loro operato, ma anche quello dei cittadini più in vista, insieme ai loro eventuali meriti. Una sorta di capovolgimento della società normale, in cui chi comanda viene posto sulla graticola. Per spiegare meglio quello che è uno dei carnevali storici d’Italia, però, non resta che viverlo, non resta che venire a Frosinone e partecipare alla festa della “Radeca”. E che festa sia!
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Formazione Frosinone. Ma il calcio non c’entra. Cose che di sicuro non sai.

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Di Marco Occhipinti (Geologo)
Formazione di Frosinone
Parlando di “Formazione di Frosinone” i più penserebbero all’ultimo “undici” che è stato schierato in campo all’ultima di campionato. In realtà non si tratta di giocatori di calcio. Con il termine “formazione”, in geologia, si intende nfatti l’insieme di una o più tipologie litologiche, assimilabili tra loro per contemporaneità di sedimentazione e di contenuto fossilifero, in cui può essere definito e cartografato con precisione il limite superiore e inferiore. In parole più semplici, un pacco di rocce simili tra loro e contemporanee, ben visibili sul terreno. In genere la “formazione” prende il nome dalla località dove viene scoperta e descritta per la prima volta, e in genere è anche il luogo dove è meglio visibile.
La “Formazione di Frosinone” (FFS) venne descritta per la prima volta nel 1964 da B. Accordi nel suo studio “Lineamenti strutturali del Lazio e dell’Abruzzo meridionale” pubblicato nel numero 4 delle Memorie della Società Geologica Italiana alle pagine 595-633. In altri successivi lavori, questa formazione o parte di essa ha assunto altri nomi: “Arenarie di Torrice”, “Flysch di Torrice”, “Unità arenaceo-pelitica della Valle del F. Sacco”, “Unità arenaceo-pelitica del Liri”, “Arenarie massive giallastre”.
La sezione-tipo si trova sulla strada Torrice-Giglio, a SE e a N della località “Le Ciavatte”, nonché sulla strada Fumone-Ferentino in località “Fraioli” (Rocca d’Arce). La sezione a Le Ciavatte ha coordinate Latitudine 41,6341°N e Longitudine 0,9508°E
Per quanto la formazione sia stata descritta, ed è visibile, nei dintorni di Frosinone, tale formazione affiora anche in altre parti d’Italia. Gli associati di Vivi Ciociaria hanno infatti potuto visionare tali rocce a oltre un centinaio di km da Frosinone, e precisamente il 15 ottobre 2017 durante l’escursione alle Gole del Sagittario (Anversa degli Abruzzi).
Granulometria e Litologia
Da un punto di vista granulometrico, la percentuale di sabbie (grani superiori a 62.5 micron e inferiori a 2 mm) è del 64% mentre quella delle peliti (grani inferiori a 62.5 micron) è del 26%, entrambe tenute legate da un cemento calcitico in quantità del 10%.
Da un punto di vista litologico, in linea generale, si tratta di arenarie grossolane di colore giallo paglierino scarsamente cementate e stratificate in banconi di 6-7 metri; sporadicamente sono presenti zone più cementate e con maggiore contenuto di ossidi di ferro (“cogoli”, dimensioni di circa 25 cm di diametro); non si nota presenza di gradazione e di impronte di fondo, mentre rari sono gli orizzonti a laminazione piano-parallela con prevalenti frustoli vegetali. Queste tipologie litogenetiche indicano pertanto la deposizione in un ambiente marino non molto profondo ma lontano dalla linea di costa.
Più specificatamente, si possono distinguere tre diversi litotipi: associazione arenacea, associazione arenaceo-pelitica e associazione pelitico-arenacea.

  • Associazione arenacea (FFSa)
E’ costituita da arenarie giallastre, quarzoso-feldspatiche, a granulometria media, in strati spessi, frequentemente amalgamati con sferoidi diagenetici (cogoli), generalmente privi di strutture interne. Le intercalazioni pelitiche sono molto rare e sottili. Affiora prevalentemente alla base della formazione, a contatto con le argille ad Orbulina sottostanti. Tale contatto è visibile lungo il fosso Rio Proibito, in località Madonna di Vallecantara, in sinistra idrografica del Fosso le Decime (versante occidentale della dorsale Monte Campea – Monte San Nicola) e lungo la via Casilina poco prima del bivio per Ripi. L’associazione arenacea affiora lungo il versante occidentale di Rocca d’Arce, lungo il versante settentrionale di Monte Grande, in località Contrada Tramonti, Villa Felice, Casa Rosario, Guardiola, in sinistra idrografica del Fosso le Decime, e lungo i versanti della Valle del Rio Provatolo.
  • Associazione arenaceo-pelitica (FFSb)
Questa associazione è costituita da alternanze di arenarie quarzoso-feldspatiche giallastre, a granulometria medio-fina, in strati da medi a spessi, e di marne e marne siltose, in strati sottili e medi. Nell’area a Nord di Ceccano essa è intercalata nell’associazione pelitico-arenacea in orizzonti di spessore decametrico. Affiora in località Fontanella, Casa Rosario, Bisciarello e più estesamente in località Contrada Tramonti, Villa Felice, Guardiola, lungo il versante settentrionale di Monte Grande, lungo gli altopiani di Colle Oliva, e lungo i versanti della valle del Rio Provatolo.
  • Associazione pelitico-arenacea (FFSc)
Tale associazione è costituita da marne, marne siltose, siltiti, in strati sottili e medi con intercalazione d’arenarie giallastre a granulometria fina, in strati sottili o medi. Gli affioramenti più estesi si osservano in località Colle Oliva, Madonna di Paris, Casale Iacquella, Casa Rosario, Villa Felice, Fosso le Decime, Bisciarello. Inoltre l’associazione costituisce gran parte del settore collinare compreso tra Pico, San Giovanni Incarico e la località Tordoni di Pontecorvo, anche se mancano tagli ed esposizioni significative.
Paleontologia
L’associazione arenacea e l’associazione arenaceo-pelitica sono in genere sterili o contengono microfaune estremamente povere e in cattivo stato di conservazione, spesso rimaneggiate. Soltanto nell’associazione pelitico-arenacea si rinvengono microfaune significative a Globigerinoides extremus, Globigerinoides obliquus obliquus, Neogloboquadrina acostaensis, Globorotalia humerosa, Orbulina saturalis, e Orbulina universa. L’intera Formazione di Frosinone è pertanto riferibile alla “Zona a Globigerinoides extremus”, tra il Tortoniano superiore (9.5 milioni di anni fa) e il Messiniano inferiore (6 milioni di anni fa).

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Frosinone: un itinerario turistico possibile. Le potenzialità nascoste del Capoluogo.

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31Di Alessandro Vigliani 
Partiamo dal principio.
Ricorreva pochi giorni fa – 11 settembre – la distruzione di Frosinone, quella inerente ai bombardamenti alleati della seconda guerra mondiale.
Ricorre, invece e ogni giorno, un altro tipo di distruzione. Quella del “sacco” della parte bassa, della cementificazione selvaggia, della mancanza di politiche di decoro ferme e decise atte a valorizzare un centro storico che solo negli ultimi 15 anni ha visto l’impulso di qualche buona idea a livello di eventi e l’interesse, almeno sulla carta, a recuperare il “gap” inflitto dalla volontà politica anni ’60 – ’70 di sostenere la parte bassa come grande centro commerciale cittadino ai danni della parte storica.
Non esiste, tuttavia e ancora allo stato attuale – sebbene sia in progetto – un percorso turistico di valorizzazione, non esistono pannelli informativi, non esiste un ufficio aperto h24 – forse il nostro è l’unico esistente in Via Garibaldi 10 – capace di dare informazioni turistiche e su Frosinone e su tutto il Basso Lazio.
Eppure l’iniziativa di giovedì 7 settembre andata in scena nelle strade del Capoluogo, ha richiamato più di 50 partecipanti, curiosi di tutta la provincia che hanno scoperto e sono rimasti affascinati da Frosinone.
Sì, proprio Frosinone, la città tanto bistrattata – in primis dai propri cittadini – che se percorsa con il piglio del turista, ed è la quinta volta che accade da quando esiste ViviCiociaria, è capace di creare suggestioni e attrarre a sé come la più navigata della città turistiche.
Dall’anfiteatro ripercorrendo il viale alberato di Viale Roma, quello che era parte del circuito motociclistico del Capoluogo, fino a fermarsi dinanzi la protome bovina all’entrata del Parco delle Colline, riscoprendo un sentiero interno alla città ben poco conosciuto.
E poi il centro storico con quello scrigno di bellezza e sorprese che è la chiesa di San Benedetto descritta e narrata da Giovanni De Vincentis. 14
Così come il sacrario agli eroi risorgimentisti, quel monumento ben poco osservato dai frusinati, che si trova proprio dinanzi la Prefettura davanti cui la guida Nicoletta Trento ha catalizzato l’attenzione dei presenti.
Ma sono proprio le strade della vecchia Frosinone a richiamare a sé, perché il Capoluogo – nell’immaginario collettivo – è macchine, motori, palazzi e grattacielo.
Del Campanile, della vita ai suoi piedi, ben poco si sa e si immagina; come se la città sia ormai solo la valle e non quel tessuto collinare entro cui, nelle stradine così impervie cui una pedonalizzazione potrebbe solo giovare, si nasconde la storia vera di una città così tanto controversa, in una dualità tutta cittadina che oppone la semi – moderna parte bassa con la storia radicata della parte alta.
E cosa dire della Cattedrale? Purtroppo chiusa in orario serale, quindi non visitabile dai partecipanti del “Tacco e Sòla” organizzato da ViviCIociaria. Al suo interno – e siamo sicuri ben pochi tra i nostri concittadini lo sapranno – vi sono tesori a consacrarla come una vera e propria pinacoteca di arte moderna.
Questo e altro c’è da vedere a Frosinone, nonostante le distruzioni, nonostante una cattiva gestione sotto il profilo della promozione turistica.
Frosinone, il Capoluogo o Capitale della Ciociaria, insomma, è una città da attraversare, vivere e camminare, scoprire lentamente e di certo possibile fulcro di una promozione turistica che dalla splendida riviera di Ulisse fino alle catene montuose ci parli di un unico grande territorio capace di promuoversi, farsi apprezzare ed esaltarsi agli occhi del turista.
Foto Alex Vigliani, iniziativa “Frosinone tacco e sòla” 7 settembre 2017. 
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11 settembre ’43. Il giorno in cui Frosinone venne distrutta.

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133 Distruzioni arrecate dai bombardamenti nell'ultima guerrDi Alessandro Vigliani 
Era l’11 settembre 1943. Nel mondo imperversava il secondo conflitto, quello che stava facendo impallidire per perdite e crudeltà le già terribili stime della grande guerra del ’15 – ’18.
Frosinone, città Capoluogo che non aveva conosciuto in quel momento né morte né distruzione, si ritrovò sotto i pesanti bombardamenti che, nella strategia americana dovevano colpire Casilina e Aeroporto, ma che, invece, oltre ai “target” già menzionati andarono a distruggere il centro abitato.
I quadrimotore dei bombardieri presero d’assalto Frosinone. Intorno alle 21.00 cominciò la distruzione del piccolo centro abitato. Le bombe caddero favorite dal buio.
Qualcuno assistendo da Veroli alla distruzione racconterà di fumo e fiamme provenire dalla collina del Capoluogo. Tuttavia al mattino la città distrutta e ferita vedrà nel Campanile il simbolo di una resistenza di vita e una voglia di ricostruzione che sarebbe andata ben oltre i lutti della guerra.
Il Campanile era in piedi, ultimo baluardo a testimoniare il carattere coriaceo dei ciociari che a Frosinone come in tutto il BassoLazio la tragedia bellica aveva scalfito ma non fiaccato.
Giorni addietro ho “intervistato” mio nonno, Enrico Vigliani figlio di Gaspare e Ada Sinibaldi, abitante di Colle Campagiorni. Mi ha raccontato che passò la notte fuori casa e da San Liberatore assistette al bombardamento. Tornando di corsa verso casa con il fratello pregò ansimante di trovare la madre in vita. Una speranza, però, che si faceva sempre più fioca mentre si avvicinava alla città, perché all’altezza di Sant’Antonio trovarono l’attuale Corso della Repubblica completamente invaso di calcinacci e distruzione. Le case l’una sull’altra, piegate, mi ha detto – e lo dice ancora – proprio così mio: piegate sulla strada. 134 Distruzioni arrecate dai bombardamenti nell'ultima guerr
L’accesso alla città era difficile. Talmente complicato che nemmeno i mezzi canadesi riuscivano a passare e dovettero penare non poco per liberare le strade mentre il genio indiano faceva saltare delle case per aprirsi la strada sull’attuale Fosse Ardeatine.
Mio nonno e i miei prozii si mossero in direzione Colle Campagiorni arrampicandosi sulle grandi macerie, superando i posti di blocco della polizia militare con l’agilità incosciente della giovane età aiutata dal non sapere. I tedeschi in ritirata, ma questo un bambino non poteva saperlo, avevano aspettato i canadesi.
Passando in quei luoghi di distruzione videro quegli angoli che fino a pochi giorni prima erano le ambientazioni di tutti i giochi che i bambini, nonostante la guerra, facevano.
Risalirono, si addentrarono nel fitto reticolo di strade del centro storico ora divenute una sorta di confuso esercizio stilistico – pittorico di Escher.
Giunsero dinanzi casa di “Sora Ada”, così la mia bisnonna era chiamata. Incredibilmente, tra cumuli di macerie, l’abitazione era rimasta in piedi. Sull’uscio la mia bisnonna ad attenderli, ritta come il Campanile, pronta a riabbracciare i propri figli.
Non fu quell’abitazione, in verità, l’unica a resistere alla furia delle bombe. Il già citato campanile e la chiesa di Santa Lucia, benché danneggiata, resistette. Anche la Cattedrale di Santa Maria ebbe fortuna nonostante i danni. Il palazzo della Prefettura venne sventrato per metà, oggi la parte ricostruita si può vedere bene. Ara Priora, la vicina Caserma dei Carabinieri, quartieri interi, invece, vennero spazzati via. 82 bombardamenti renderanno Frosinone il Capoluogo di provincia più bombardato ma non il più ricordato, non quello che racconterà mai troppo questa vicenda.
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07.09: Frosinone tacco sola e magna trekkin’tour! Il trekking urbano del Capoluogo ciociaro!

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frosinone 7settembre[2184]
Frosinone, tacco sola e magna trekking tour!
Giovedì 7 settembre, ore 20,00 per info e prenotazioni 380 765 18 94.
Il trekking del #capoluogo ciociaro con alcuni “punti – luce” per comprendere la storia nascosta di Frosinone, Frusino, Frusna nelle sue epoche: moderna, romana, volsca e come perno centrale del risorgimento.
Questo e altro nel trekking di Frosinone. Mi raccomando scarpe comode (da ginnastica o trekking, no scarpe col tacco).
Al termine del giro PENNETTE ALL’ARRABBIATA per tutti i partecipanti presso LA SCIFA!
Ospiti della serata: Nicoletta Trento Giovanni De Vincentis e Massimiliano Mancini.
380 765 18 94 PER PRENOTARE!

 

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Come in una favola. Ninfa e Norba tra principi, re e principesse.

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ninfadicisternaanni2030aurelioscarpetta— Di Francesca Mattiello
Lo abbiamo ripetuto mille volte dalle pagine virtuali di questo blog. Consideriamo un unico territorio, quello che fu di Campagna e Marittima e quello che era di Terra di Lavoro fino al nord della Campania. Ma soprattutto, amanti del bello e del viaggio, del cammino come inizio di ogni avventura, non abbiamo confini di sorta che riescano a porre un veto sulla nostra sete di conoscenza.
Così, e per questo, giungiamo a Ninfa e Norba Antica, itinarrando e itinarranti emozioni e passi lenti, un viaggio che domenica 25 giugno proporremo ai soci di ViviCiociaria e Itinarrando.
Una Terra fatta di borghi e angoli dimenticati, di rovine, di giardini e di antichi templi posti sulla cima di una collina. E’ tutto ciò che non ti aspetti di vedere e che invece poi, inevitabilmente, è destinato a sorprenderci.
Piccoli angoli di meraviglia, quelli che un viaggio verso la pianura pontina, è riuscito a regalarci.
Il racconto di una storia diversa questa volta, fatto di miti e leggende che si rivelano con toni romantici e a tratti malinconici.
Un viaggio che una mattina di poche settimane fa ci ha condotti verso Ninfa, un luogo dove il tempo sembra aver congelato e tenuta intatta la sua affascinante bellezza.
Definito dal New York Times “il più bel giardino romantico del mondo”, è uno splendido esempio di poesia e architettura medievale. Oggi proprietà della famiglia Caetani, i Giardini di Ninfa vantano una storia e uno scenario in grado di incantare ancora oggi le migliaia di persone che impazientemente attendono “la bella stagione” per farvi visita.
Roseti, cespugli, alberi ad alto fusto, colori dirompenti, ruderi di Chiese, un castello merlato e un romantico lago riflesso. Ma soprattutto una leggenda, quella della bella Ninfa, principessa che portava il nome della città stessa.
Si narra che suo padre, un governante saggio e accorto, desiderasse bonificare le terre paludose che minacciavano e limitavano continuamente le attività dei campi, delle arti e dei mestieri. Così promise la mano di sua figlia a colui che fosse riuscito in questa nobile impresa, ridando vita a tutto il territorio fino al mare.
I due contendenti furono il principe Martino, leale e coraggioso che segretamente amava la bella Ninfa, ed il principe Moro, noto stregone dedito alle arti occulte.norbantica2
Martino, con una serie di opere di bonifica stava portando a termine il lavoro nella parte del terreno assegnatagli. Fu a quel punto che Moro, con una sorta di incantesimo, prosciugò in un baleno il suo territorio vincendo la sfida.
Il Re, pur conoscendo l’amore che univa Ninfa a Martino, non poteva sottrarsi alla parola data. Fu così che al rifiuto della figlia di prendere in sposo il vincitore, la fece rinchiudere nella torre del castello.
La principessa, visto svanire il suo desiderio d’amore con il suo amato Martino, una notte salì fin sui merli e da lì si gettò nel lago.
Si narra che nelle notti di luna piena dal lago è possibile udire una sorta di nènia, il lamento di due giovani innamorati che hanno visto infranto il loro bel sogno d’amore e che proprio in quelle notti, il profilo di Norma, poco più in alto, somigli distintamente alla figura di una “Bella Addormentata”.
norbaanticaLasciamo Ninfa alle nostre spalle, proseguendo oltre, percorriamo ancora un buon tratto di pianura finché incombente su di noi appare Lei, in posizione dominante sull’intero panorama. E’ Norma questa volta, che vanta una storia antica e gloriosa. Man mano che si sale i tornanti lasciano spazio ad uno scenario sempre più inaspettato. A pochi passi dall’entrata in questo piccolo paesino fatto di case modeste, è possibile trovare i resti dell’Antica Norba, circondata da mura ciclopiche che racchiudono come uno scrigno un mondo ormai silenzioso, fatto di resti di case e templi.
Varcata la prima porta si ha la sensazione di oltrepassare un confine: ai nostri occhi si palesano distese verdi e un cielo azzurro che fanno da cornice ad un tratto di storia.
Gli antichi attribuiscono ad Ercole la fondazione della cosiddetta città di pietra.
Virgilio nell’Eneide narra che Ercole dopo la vittoria su Giunone, portò con se come preda un gregge di tori e vacche, che fece pascolare sul suolo latino.
Caco, antica divinità del fuoco, mezzo uomo e mezzo animale, vide la mandria, rubò quattro tori e quattro vacche. Per farne perdere le tracce le tirò per la coda, in modo che le orme andassero nella direzione opposta alla sua orrida grotta. Ercole grazie al muggito delle vacche rinchiuse, riuscì ad arrivare nell’antro tenebroso, dove trovò ed uccise Caco, strangolandolo con la sua forza immane. Dopo aver liberato le vacche e i tori rubati, fondò lì una città, la città di Norba.
Una distesa enorme di rovine si susseguono a perdita d’occhio.
Scavi, mosaici e strade di una vera e propria città che è possibile percorrere con i nostri piedi. Lo stupore di sentirsi parte per un attimo di un tratto di storia. Non quella raccontata sui libri, ma quella che per un attimo possiamo toccare con il palmo delle nostre mani.
Oggi meta di appassionati di lanci con il deltaplano che volano sopra l’agro pontino per godere dell’alto di un panorama senza precedenti.
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