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Alex Vigliani Archivi - Itinarrando

Al cospetto del tragico, malinconico destino del Re del bosco di Nemi. D’amore e di morte.

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Lago di Nemi, specchio di Diana lo chiamavano gli antichi. Chi ha visto quelle acque incastonate tra i colli albani non potrà mai dimenticarle. I giardini degradanti verso le sponde, la malinconia del bosco, la placida consistenza del lago. Diana, la Dea, dice Frazer ne “Il Ramo D’Oro” potrebbe ancora indugiare e aggirarsi e vagare ancora per quei boschi selvaggi.

E con lei il Re del bosco, condannato a non invecchiare, a non perdere neanche un giorno per non cedere il passo al suo successore. Misteriosa e ricorrente tragedia che sa già di celtiche divinità, di riti norreni e porte come passaggi poste in qualche antro solstiziale.
Sulla sponda settentrionale del lago sorgevano il bosco sacro e il santuario alla Dea Nemorensis, la Diana dei Boschi. In quel sacro bosco c’era un albero intorno cui a tutte le ore del giorno, a tutte le ore della notte, era possibile incontrare una truce figura che guardinga con la spada sguainata, volgendo gli occhi ora a destra ora a sinistra, guardandosi le spalle, cercando di coprire ogni punto cardinale difendeva la propria gola. Quell’uomo era il Re del Bosco, sacerdote e omicida, destinato a cadere per mano del proprio nemico da cui si guardava le spalle poiché un candidato al sacerdozio poteva ottenere l’incarico solo uccidendo il suo predecessore fino a quando non fosse stato a sua volta ucciso da uno più astuto, forte e giovane di lui. La carica in ballo era quella del Re, sovrano del bosco, ma certo mai testa coronata dovette più della sua – dice Frazer – sentir disagio o venir visitata dai sogni più funesti. Anno dopo anno, giorno dopo giorno, costretto a vagare e mai a interrompere la sua solitaria vigilanza. Zero sonno, zero riposo. Ogni qualvolta avesse chiuso gli occhi lo avrebbe fatto a rischio della sua stessa vita.
Un dramma ricorrente che quasi stona con il lago placido, con l’azzurro del cielo ma che trasforma il bosco in un mondo “altro”, oscurato dagli alberi imponenti, verdi nella bella stagione ma capaci di oscurare il sole, morenti e tristi in inverno a offrire un tappeto di foglie all’eternità del dramma. Una figura, quella del sacerdote, malinconica e cruenta, vagante eterno e destinato alla sconfitta ma non per questo già avvinto, pronto a difendere la propria vita e l’albero cui era vietato staccare rami. Solo a uno schiavo fuggitivo era permesso e qualora vi fosse riuscito avrebbe potuto uccidere il sacerdote, guadagnando col sangue l’appellativo di Re dei Boschi. Quel ramo, il ramo d’oro, di virgiliana memoria che dà il nome al fantastico testo antropologico di Frazer.
Ma nel bosco di Nemi, dedicato a Diana, non solo questo triste re malinconico potreste incontrare. Nascosto e innamorato, potreste imbattervi in Ippolito, sotto le mentite spoglie di Virbio, il quale dovette nascondersi per placare l’ira di Afrodite, offesa dall’indifferenza del giovane e bello cacciatore che alla caccia aveva consacrato la sua vita, fiero d’essere innamorato devoto e compagno di Artemide (equivalente greco di Diana). Punito per questo, ucciso per mano di Poseidone padre di Teseo a sua volta genitore della rancorosa Afrodite. Si dice che mentre Ippolito cavalcasse sulle sponde delle acque del golfo Saronico, un toro venne fuori dalle acque facendo imbizzarrire i cavalli della sua biga, i quali, una volta disarcionato, lo calpestarono cagionandone la morte. Ma fu la stessa Diana che amava Ippolito che chiese a Esculapio di riportarlo in vita con le sue erbe medicamentose. Giove, però, non poteva di certo accettare che un umano potesse tornare in vita, così scaraventò Esculapio nell’Ade. Diana allora nascose Ippolito in una densa nube, lo ingrigì mostrandolo più vecchio fino a celarlo nel bosco italico, sulle sponde del lago di Nemi, là dove, affidato alla ninfa Egeria, regnò come sovrano col nome di Virbio. E in quel luogo dedicherà un santuario alla sua Diana, per amore eterno alla sua Dea.
Virbio, Diana, l’albero sacro e il bosco sono intimamente uniti, poiché il sacerdote – Re del bosco – richiama direttamente alla figura di Virbio che innamorato di Diana le personifica nell’albero che diventa l’archetipo dell’amata.
Fonte: Frazer, Il Ramo D’Oro. 
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La bellezza delle sorgenti del Cosa e il verde degli Ernici, l’oasi di Guarcino.

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di Alex Vigliani

In attesa dell’escursione di sabato 19 maggio ore 8,30 alle Sorgenti del fiume Cosa e dell’Eremo di Sant’Agnello con Itinarrando e ViviCiociaria, per info e prenotazioni contattare il 380 765 18 94, una piccola anticipazione di quello che sarà il percorso che ci attende.
Come entrare in un luogo segreto. Come tuffarsi a testa in giù dentro un antro e ritrovarsi di colpo in un posto neanche lontanamente immaginato, perché pensare che a pochi chilometri da un centro abitato ci sia un luogo fitto di rupi e di rocce, è cosa assai strana.
Uno strappo netto rispetto alla quotidianità, seppur più pacata di Guarcino, è il raggiungere il sentiero che in breve tempo porta all’Eremo di Sant’Agnello prima e poi risale le sorgenti di quel fiume, il Cosa, che nasce dalle pendici de La Monna a 1185 m e percorrendo mezza Ciociaria si tuffa nel Sacco.

Il sentiero, bello e abbastanza impegnativo, si incunea nel bosco mentre scrosciante il fiume corre tra le gole cantando la sua musica che sa di boschi, di fresche faggete, di odori e suoni di montagna antica con mille storie da raccontare.
Il Cosa, detto in modo sbagliato fiume Acquosa, e un torrente che emoziona se solo si pensa al suo percorso fatto di storie umane, di utilizzi dell’acqua per produzione fino a sgorgare rigoglioso nelle tante fonti erniche sempre ricche e generose.
Il percorso è una delle tante vie della transumanza presente nel territorio ciociaro. D’un tratto una corda aiuta a superare una breve paretina rocciosa chiamata “morra della celletta”, nome curioso che scopriamo attenersi a storie di uomini e donne.
Superato il passaggio il percorso si fa sempre più interessante, d’una bellezza paesaggistica e naturalistica che lascia senza fiato. La salita è decisa ma mai fin tanto impegnativa da non permettere a chiunque di salire nel bosco e godere appieno del sentiero, tracciato dal CAI e sempre abbastanza evidente.


Il fiume si guada un paio di volte ma senza problemi, i passaggi sono strategici affinché non ci si debba inzaccherare più di tanto gli scarponi. Ancora una corda per sorreggersi e ancora un altro passaggio interessante per giungere poi alle sorgenti di CapoCosa. Di qui il sentiero si divide. Una parte continua verso i 1957 m de La Monna, un altro tornando indietro ad anello attraverso il bosco fino a quando le fronde non si diradano aprendo la vista all’abitato di Guarcino.
Un percorso non troppo difficile, assolutamente piacevole e carico di bellezze, alla scoperta del fiume Cosa e delle sue sorgenti nonché della pace dell’eremo di Sant’Agnello.

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Megaliti sconosciuti. O quasi. L’Arco di Trevi, gioiello della Ciociaria.

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Di Alex Vigliani
La Ciociaria e il Lazio Meridionale tutto sono terre ricche di storia. Ricche di suggestioni e lasciti di pietra di un passato mai troppo lontano, cui ci sentiamo adesi senza saperlo. Basti pensare a quante volte camminando per i nostri centri urbani ci ritroviamo dinanzi a testimoni megalitici, in opera poligonale, così fortemente presenti nei profili paesaggistici di tanti centri storici della nostra terra.
E al di fuori, camminando tra le campagne, nelle verdi vallate, non è difficile imbattersi in antichi monasteri di cui ormai non resta che qualche pietra o ancora mura disposte non a caso a difender qualcosa, borghi abbandonati e molto altro.
A Trevi Nel Lazio, tra il verdeggiare degli altopiani che da Fiuggi si distendono fino ad Arcinazzo, d’un tratto, antico confine tra Equi ed Ernici ecco apparire, spesso nella nebbia, il profilo dolce di un arco aggrappato alla terra da solite radici.
Le origini sono incerte così anche i pareri degli studiosi, tra chi ne vede una parte della serie di acquedotti romani e chi una dogana sul confine di cui sopra. Luogo di passaggio, quasi mistico, con quell’aura di mistero che ogni porta richiama alla mente umana, perché porta è pur sempre passaggio, cambiamento, attraversare nell’archetipo è mutamento. Alla porta di passaggio sta l’appeso dei tarocchi, oracolo in attesa di risposte e nel compimento di una più profonda trasmutazione.
Da IlPuntoSulMistero, un articolo di Giancarlo Pavat, ci dice:
Non si sa assolutamente nulla di questo monumento. Non conosciamo l’epoca a cui risalga (qualche archeologo ha proposto il II secolo a.C., ma come succede anche per altre strutture megalitiche, altri ricercatori hanno spostato indietro nel tempo l’asticella della datazione), ignoriamo chi ne siano gli artefici e possiamo solo ipotizzare le funzioni. Quelle pietre sono mute. Non un bassorilievo, una iscrizione, un simbolo, un petroglifo, mediante il quale parlarci attraverso i secoli….
Si è pensato che possa essersi trattato di un accesso attraverso una grande muraglia (a cui apparterebbero, appunto, i grandi blocchi di pietra) che segnava il confine in epoca arcaica tra il popolo degli Equi e quello degli Ernici. Funzione che sarebbe continuata anche nei secoli successivi, compresa l’epoca romana e, addirittura il Medio Evo. Una mulattiera e una strada basolata portava all’Arco salendo dal cosiddetto “Ponte di S. Gregorio”, struttura romana ancora oggi visibile, gettata attraverso l’Aniene, in prossimità dell’ antica Treba”.
Avvolto dal silenzio e del mistero, quel che è sicuro, è che l’Arco di Trevi sta lì, immobile, a offrire suggestioni a chi vi si avvicini, al viandante, al camminatore, al turista che vi capiti, meglio se dopo un lungo cammino, a contemplarne la grande bellezza dell’arco e di una terra capace sempre di stupire.
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Amaseno: se la conosci, la ami. Cronaca di una serata del mistero con Giancarlo Pavat.

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pavatocchipinti
Di Alessandro Vigliani 
C’è un borgo tra i più belli in Ciociaria.
Un luogo accogliente e carico di suggestioni: Amaseno.
Un borgo in cui il sangue del patrono, conservato in un’ampolla, si scioglie ogni 9-10 d’agosto proprio come il più noto sangue di San Gennaro a Napoli.
Ma Amaseno è una perla incastonata nel verde degli Ausoni e dei Lepini, in una valle in cui l’antropizzazione è stata meno pesante, tra i pochi luoghi in Ciociaria – insieme alla Val Comino – quasi incontaminati dove l’uomo ha saputo convivere con la natura circostante.
In più di 60, soci di ViviCiociaria, hanno risposto “presente” alla chiamata di Giancarlo Pavat, ricercatore a capo del Team del Mistero che da nord a sud della Ciociaria ci trascina piacevolmente ormai da tempo alla ricerca di simbologie e tratti misteriosi nascosti tra le pietre medievali dei borghi nostrani.
Così, ad Amaseno, con lo speciale sull’Auricola, si apre un nuovo percorso di Itinerari del Mistero che si concentra unicamente su chiese e cattedrali, luoghi particolari – ovviamente mistici – ma dai risvolti spesso misteriosi nelle storie raccontate, tratteggiate su muri e rese eterne dal lavoro di altrettanto misteriosi artisti.
E non solo. Perché al di là dell’Auricola, luogo carico di fascino, forza e mistero, seguendo un percorso ideale interrotto solo dalla distanza del Santuario dal centro di Amaseno – spazio coperto con un bus – è stato piacevole perdersi nelle nozioni di Don Italo bravo a evidenziare gli aspetti artistici e storici della Cattedrale di Santa Maria, eccellente nel guidarci fino all’apertura della teca in cui è conservato il sangue di San Lorenzo.
Geometria sacra. Il minimo comune denominatore tra Pavat e Don Italo, in un rincorrersi di simbologie e spiegazioni affascinanti che hanno lasciato a bocca aperta i partecipanti all’iniziativa.
Flash con Mario Tiberia a evidenziare una testimonianza semantica su uno dei muri esterni della chiesa di Santa Maria e poi via verso il Museo di Amaseno, all’interno del Castello dei Conti nel punto più alto del borgo.
Uno scorcio suggestivo fatto di pietre omogenee e ben curate. Incursione artistica nella valle dell’Amaseno attraverso il percorso all’interno del Museo diocesano tra reliquie importanti, beni artistici ritornati ad Amaseno a testimoniare che se si vuole si può riavere anche dai musei romani. A splendere, di luce propria, a proposito, l’Angelo di San Lorenzo ritornato nel borgo ciociaro dopo 100 anni di assenza.
Ancora una volta un successo per Giancarlo Pavat e i suoi, primi testimoni di una “materia” che piace, affascina e attrae. Un grazie al sindaco Antonio Como, a Don Italo, alla Zootecnica Lauretti di Amaseno, a La Scifa Trattoria Antipasteria di Frosinone, e a tutti i partecipanti per questo successo che bissa quello dell’anno passato dove oltre 100 persone si riversarono tra le strade del centro storico amasenese.
Foto: Marco Occhipinti, Giancarlo Pavat all’interno dell’Auricola.
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Frosinone: Largo Turriziani affaccio sull’Universo. Gianluca Masi e Michael Schwartz sull’enterprise “Frosinone” alla guida di una città… stellare.

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stelle3Martedì 28 marzo. Primavera astronomica da pochi giorni, il clima serale non è ancora dei più miti per un’osservazione al telescopio. Eppure Gianluca Masi, Virtual Telescope Project e ViviCiociaria vogliono provarci ugualmente.
D’altronde, dicono, non capita tutti i giorni di avere ospite in città Michael Schwartz, astrofisico americano direttamente dall’Arizona e capace, da privato, di ricevere un finanziamento dalla NASA a tanti tanti tanti zeri per la conoscenza e per l’osservazione degli asteroidi potenzialmente pericolosi per il pianeta terra.
L’americano osserva Monte Cacume e Monte Gemma, scatta foto, chiede nozioni. La Ciociaria ha un cielo fantastico, dirà mentre arriva alla Casa della Cultura dove, ore 17.00, è in programma il primo appuntamento della giornata: una conferenza dal titolo “The Cosmos, Life and Asteroids”.
La sala, nonostante l’orario, vede la partecipazione di molte persone. Tanti appassionati che seguono in lingua madre e di tanto in tanto e soprattutto con le traduzioni di Gianluca Masi che risulta essere impeccabile anche in veste di introduttore e presentatore.
Un’ora dopo, rispetto alla fine della conferenza, Largo Turriziani prende vita.
Le attività di ristorazione, normalmente il martedì serastelle2 osservano il giorno di chiusura, stavolta per l’evento sono eccezionalmente aperte.
Piano piano, alla spicciolata, arrivano gli appassionati. Il telescopio di Gianluca è già montato, Michael Schwartz si attarda con qualche presente.
Dopo un minuto di raccoglimento per il giovane Emanuele Morganti, minuto voluto fortemente dall’astrofisico ciociaro e dall’Associazione ViviCiociaria, si sale a bordo dell’astronave guidata da Masi e Schwartz.
Il cielo di primavera è una tavola su cui Masi disegna coordinate astrali, tra stelle, storie e viaggi siderali.
L’enterprise “Frosinone” è fatta di tutti i presenti che in circa un centinaio a fasi alterne si raggruppano intorno all’astrofisico ciociaro.
Un centro storico stellare, Largo Turriziani affaccio sull’Universo.
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