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Il sacco della Valle. Storie di ordinario inquinamento e lotta quotidiana a Colleferro. L’ora di dire basta è arrivata?

By 22 Dicembre 2017Blog
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Di Alessandro Vigliani

Il sole è alto ma non scalda. Dicembre. L’inverno è arrivato. A mitigare l’effetto delle correnti fredde, un ceppo acceso riscalda e ricostruisce la tradizione natalizia che vuole un grosso ciocco a bruciare per tutto il periodo di Natale.
Colleferro, nell’anno 2017 del Signore, è il quartier generale del dissenso, in questo momento il cuore della protesta di una città che è diventata Capoluogo di una rivendicazione: il diritto a vivere bene e in salute nella Valle Del Sacco. Una striscia di terra che passa in mezzo a due province, la cui storia è scritta nel nome del fiume che si porta appiccicata addosso.
Era post moderna, quella del Rumore Bianco di De Lillo, quella del dopo industrializzazione. Valle del “sacco”. Il sacco, sì, quello compiuto ai danni delle terre, quello compiuto ai danni di uomini e donne costretti a respirare veleni dalla progressiva industrializzazione di una zona che per tanti anni non ha avuto controlli, regolamentata unicamente da malaffare e interessi economici.
Da circa un mese in via Romana, davanti la chiesa di San Gioacchino, c’è una tenda. Un presidio stabile di una mobilitazione partita dal basso. Non sigle, ma uomini e donne, individualità riunitesi in un unico movimento: RIFIUTIAMOLI. Con loro anche il sindaco di Colleferro, evidentemente anch’egli stanco di passare per il primo cittadino di un luogo deputato ad accogliere l’immondizia di Roma. Il sindaco, proprio lui, ha preso ufficio lungo la strada che conduce agli inceneritori.
Il messaggio è chiaro.
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A me gli onori di casa li fa Roberto. Uno che ha le idee chiare, che sa comunicare, dotato di dialettica e sintesi. Tradisce un accento marcatamente lombardo. Ci scherza su. Dice che tanti anni fa si è innamorato di Colleferro. C’erano le fabbriche, c’era la valle – quella del Sacco -, c’era l’inquinamento. Si è sentito subito a casa. Come a Milano.
Con lui, seduta quasi di fronte, c’è Lisa. Rappresenta le mamme di Colleferro. Mamme e terra. Archetipi cari alla Valle del Sacco, tradizione agro pastorale e riti ancestrali.
La tenda non è spoglia. Anzi, qui si respira aria di casa. C’è più Natale qui che tutto intorno all’inceneritore. C’è l’albero di Natale, i panettoni, qualcuno porta delle casse di agrumi. Qualcuno chiede chi si fermerà a pranzo. Lo chiedono anche a me. Spaghetti aglio e olio, momenti conviviali che conosce bene chi condivide una lotta. Quella solidarietà fraterna che nasce alla luce del lume di un obiettivo da raggiungere.
Con Roberto e Lisa, a registratore spento, parlo a ruota libera. Il video, quello della diretta invece, lo trovate su facebook sulla pagina dell’Associazione Culturale ViviCiociaria. Mi spiegano che qualche passo è stato fatto. Innanzitutto la mobilitazione. Scoprire che tanti sembrano essersi finalmente risvegliati. Incazzati, per meglio dire.
E poi il 5 dicembre scorso, il fatto che mediaticamente ha avuto più rilevanza. Tuttavia se una foto cristallizza un momento, il gesto crea un’analisi. Fermare un camion è stato bloccare qualcosa in più di un carico. Ciò che è stato fatto è alzare l’asticella della protesta. E se la foto del sindaco Sanna steso a terra ha fatto il giro dei social, quel che davvero conta è che con lui ci fosse “Rifiutiamoli” e con il movimento tutti i cittadini di Colleferro e di parte della Valle del Sacco, le associazioni e i rappresentanti di Valmontone, Labico, Paliano, Piglio, Serrone, Genazzano, segno di una presa di posizione che non è più relegata alla solitudine di pochi.

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Il dissenso, quello vero che nasce dal basso, cresce. Ma non basta, perché il pericolo è dietro l’angolo, tanto vicino quanto la distanza che intercorre tra il presidio e gli inceneritori posti poco più in alto rispetto alla tenda. E poi c’è quel terreno recintato, ed è proprio lì, subito dopo la chiesa di San Gioacchino, che all’interno insiste una zona che gli abitanti del luogo chiamano “Fosso Cupo”. Lì, dove vennero sversati rifiuti tossici, poi ritrovati quando ormai il terreno era già veleno.
Luoghi di un archetipo chiamato Sacco. Il sacco della Valle.
Roberto parla, spiega quale sia la situazione, le contraddizioni in termini. Io gli dico di Ceccano, della poca partecipazione della Valle del Sacco al di qua, quella della provincia di Frosinone. Parlo con Lisa e le dico dei bimbi ricoverati, delle analisi, degli odori nauseabondi. E lei mi racconta della situazione di Colleferro.
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“Nessuno lo dice, nessuno lo racconta”. Un ritornello che viene fuori un paio di volte. E che fa male perché parla di un’omertà che vuol dire avvelenamento.
Dico che questa terra con la nostra associazione la promuoviamo, certo, ma non possiamo far finta di niente. Che promuovere un territorio è difenderlo. Proprio come fanno loro che sono il simbolo di un’idea, di una mobilitazione, di una difesa. Il recupero di un orgoglio che è anche appartenenza a un comparto territoriale massacrato e distrutto, i cui abitanti sono stati sradicati perché ingombranti dinanzi all’impianto di industrie e inceneritori.
L’adagio è sempre lo stesso. Potresti fuggire, andare via, spostarti altrove. Ma qui non ci si sposta di un metro: la mia terra, il mio vissuto, la mia casa. Difendo ciò che sono.
Non mi accorgo nemmeno che passano due ore e che in due ore non ho detto loro ancora “grazie” per quello che fanno. Perché la loro battaglia è anche la mia, o meglio, è anche per me. Per me e per i miei concittadini distratti. Una battaglia che è una scossa elettrica che nasce in una città, certo, ma che è solo un paradigma di una lotta che abbraccia un territorio intero e che come il Sacco, il fiume avvelenato che trasporta Beta HCH e a sua insaputa da vita si è trasformato in morte, si spera un giorno si trasformi in rabbia longitudinale e diretta, da un capo all’altro della valle dietro l’esempio di Roberto, di Elisa e di tutti gli uomini e le donne che anche mentre scrivo, anche mentre cerco di non dilungarmi troppo, stanno urlando “ORA BASTA”.
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