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Il valore eterno delle montagne di casa: Monte Cacume.

By 29 Maggio 2018Blog
Di Alex Vigliani

Noi di Frosinone, noi che siamo gente di fondo valle, una montagna abbiamo dovuto adottarcela.
Eppure da queste parti avremmo potuto sentirle un po’ tutte nostre, non perché Capoluogo di provincia, sia chiaro, ma poiché inseriti come siamo nel bel mezzo di una valle, dalle montagne siamo circondati.
Ernici da una parte, Lepini dall’altra. Se volgiamo poi lo sguardo nemmeno troppo più in là si intravede già Monte Cairo e il suo massiccio e ancora oltre le Mainarde. E poi la modesta linea degli Ausoni.
Dove invece è tutto aperto, lì, lo sappiamo da sempre, c’è Roma.
Ma noi, a Frosinone, per restare con i piedi per terra, una montagna abbiamo dovuto adottarcela.
E così abbiamo fatto.
Ce ne siamo scelti una che supera di poco i 1000 metri ma che sa inequivocabilmente di casa. Quando sei sull’autostrada, quando arrivi in treno, quella montagna puntuta, dalla forma assai strana e dal nome curioso, vuol dire famiglia, focolare domestico, luogo amico.
Se chiedi a uno di Frosinone abituato a viaggiare ti risponderà di certo che se vedi Cacume allora stai a “caseta”.
Monte Cacume o Caccume, 1095 m, territorio di Patrica (grazioso presepe arroccato sui Lepini), nel mezzo dell’acceso dibattito tra studiosi, storici locali e cittadini che da anni e anni si contendono la verità sull’esser stato citato con cognizione da Dante Alighieri nella Divina Commedia.
Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, montasi su in Bismantova e ‘n Cacume con esso i piè; ma qui convien ch’om voli; ” 
A dire il vero ci sarebbe pure Monte Gemma, che fa territorio di Supino – altro splendido borgo ciociaro. Che è pure più altro e per certi versi più imponente e massiccio. E poi ha un nome anche più carino. Ma che volete, l’amore è cieco e Cacume ha questa forma particolare che da sempre richiama alla fantasia degli abitanti di queste parti e che sembra puntare dritto al cielo. Molto più alto, assai più e più ancora di qualsiasi vetta, punto di osservazione in passato sull’antica via che dava accesso e comunicazione tra una valle e l’altra.
Luogo di transumanza, aspirazioni, ascese e tanto altro.
Oggi – e a dire il vero da più di un secolo – sulla sua vetta c’è una chiesetta – da poco totalmente restaurata – e una campana che tutti i viandanti che vi giungano in cima dovranno suonare. E prima o poi, da queste parti, capiterà a tutti di farlo. Come nessun’altra vetta, nei dintorni, è difatti capace di richiamare lo spirito ardito dell’insonnolito frusinate affondato nel divano domenicale e nell’apatia delle corsie dei centri commerciali. Il magnetismo di Cacume: un’attrazione la cui spiegazione è verosimile deduzione e nulla più. Di sicuro, però, c’è che anche chi come me c’è andato mille volte e mille volte è andato altrove per altre mille volte ci tornerà;  e sarà sempre la prima volta la lenta prassi dell’arrivo in vetta. Il suonar della campana, entrar nella chiesetta, affacciarsi dal “balcone”, guardare la valle, voltarsi a sinistra a guardar Monte Gemma.
E poi mani sui fianchi a respirare aria.
Aria di famiglia, aria di casa.
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