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Le Fraschette: campo di internamento in Ciociaria, Alatri. Monumento alla storia del ‘900. Sabato 12 novembre visita guidata per info e prenotazioni: 380 765 18 94.

By 5 novembre 2016Blog

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Non è facile riassumere la storia del campo delle Fraschette in un unico articolo. Non è facile, pur avendo il dono della sintesi – e forse una sintesi non la merita nemmeno la storia umana, per non cadere nel tranello di ridurla a mera statistica.
Il campo de Le Fraschette è unico nel suo genere, struttura capace di attraversare quasi tutte le tempeste del ‘900, risparmiandosi solo l’epopea della prima guerra mondiale.
A farmi coadiuvare nell’intento di raccontare in poche righe 50 anni di storia, il libro “Le Fraschette” di Alatri di Mario Costantini e Marilinda Figliozzi da cui attingerò a piene mani.

Le Fraschette sono il simbolo della provvisorietà, dell’emergenza, della sofferenza. Vi si arriva percorrendo la strada provinciale che sale verso Fumone. Decisi, repentini, d’un tratto si devia a destra. Poi le prime baracche, il muro di cinta, il campo in tutta la sua estensione. Una chiesa diroccata, assaltata dalla natura e da qualche vandalo.
Le Fraschette. Se esistesse un luogo unico per raccontare il mondo dal 1940 agli anni ’70 e forse con deduzioni quasi certe gli sconvolgimenti degli anni antecedenti alla II guerra, questo sarebbe la piana gelida e umida delle Fraschette di Alatri facendo bene attenzione, però, a dividerne il “breve secolo breve” almeno in tre fasi importanti.

Prima fase: Un luogo in csloveniui venne edificato un campo di internamento, uno di quei luoghi che non aveva niente a che vedere con i lager nazisti ma che, e comunque, rappresentava u
n luogo di sofferenza, di alienazione.
Il campo, come detto, fu istituito nel 1942 per terminare la sua prima fase di “vita” nel 1944. Erano migliaia le persone che furono strappate dalla propria terra e trasferite nel campo, invisi al regime fascista, quindi deportati politici.
In data 18 luglio 1943 si contavano circa 4500 internati tra anglo maltesi, croati, sloveni, serbi, albanesi e italiani, in un unico destino comune: quello di questo campo in cui la mortalità era alta a causa di condizioni igieniche approssimative e delle incursioni, questo durante la guerra di liberazione, degli aerei americani che trivellarono di colpi il campo in più passaggi.

Seconda fase: Alla fine della seconda guerra mondiale, la liberazione e l’abbandono della struttura, nonché una tromba d’aria, ridussero il campo a progressivo deturpamento e vandalismo; lo stesso però fu recuperato per essere utilizzato ancora una volta per “accogliere” gli “stranieri indesiderabili”. Tali erano ritenuti gli ineleggibili per l’emigrazione (ex criminali di guerra, clandestini, sabotatori e spie) nonché coloro che non accettavano il rimpatrio.
Intorno al campo viene costruita una cinta di mura, torrette di guardia. Gli agenti all’interno sono armati. La guerra è finita, certo, ma all’interno la disciplina è rigida. Gli indesiderati superano ampiamente le 1000 unità, provenienti dai più disparati luoghi. La maggior parte sono tedeschi, iugoslavi, ungheresi e polacchi. Ma non mancano i cecoslovacchi, gli austriaci, lituani, norvegesi, egiziani ecc. divisi in campi e classificazioni.
Nel CAMPO 1 vi erano ad esempio i più pericolosi, nel 2 quelli cui era consentito di uscire e raggiungere il centro abitato o di partecipare a partite di calcio con squadra di paesi vicini.
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Nel 1947 per l’inaugurazione dello stadio di calcio di Ferentino fu organizzata una partita amichevole tra la squadra di casa e una rappresentativa di profughi ospitati presso il centro di accoglienza cui figuravano due nomi che sarebbero diventati importanti: Puskas e Kubala, su quest’ultimo gravava una squalifica della durata di 2 anni, ma soprattutto era stato scartato dal Frosinone Calcio dopo un provino. 

Terza fase: Dagli anni ’60 inizia l’ultima parte della storia del Campo Le Fraschette. Una storia legata alla fine del colonialismo, quando nazioni come Egitto, Tunisia e poi Libia decretarono nazionalizzazioni ed espulsioni degli immigrati europei.
Gli italiani delle colonie furono sottoposti a inutili vessazioni e costretti a lasciare il paese, ormai nemico, entro il 15 ottobre del 1970.
Fu in questo periodo che il Campo delle Fraschette entrò nella sua terza fase. I capannoni furono ristrutturati e resi più fruibili, pronti a ospitare gli italiani che vennero profughirimpatriati a ondate e per un decennio almeno.
Il 30 settembre 1960 il centro entrò ufficialmente in funzione. Dimenticate ovviamente le guardie armate a presidiare il campo, quelle conosciute nelle due fasi precedenti, tuttavia la presenza della sicurezza era garantita. I profughi potevano entrare e uscire liberamente, nei pomeriggi d’estate i ragazzi giovano a pallone con i loro coetanei che scendevano alle Fraschette per incontrare gli amici. Altri “ospiti” andavano a scuola, lavoravano, vivevano una vita quasi normale. Quasi, però. Perché Le Fraschette restava un campo che era stato di internamento, destinato a indesiderati – ora dai fascismi, ora dal nuovo ordine – e ritrovarsi “ospiti” in quel luogo, in fuga dalle ex colonie italiane in Africa, era cosa assai difficile da digerire.
Quasi tutti erano pervasi dal senso di abbandono da parte del Governo che, al momento del rientro in patria aveva espresso rassicuranti prospettive per il loro futuro. Tuttavia il desiderio di rifarsi una vita spesso si scontrava con i meandri di una burocrazia cui non erano abituati e che, al contrario, avrebbe dovuto agevolarli dando attuazione alle leggi emanate in loro favore.
Molti si rimboccarono le maniche cercando un lavoro, si stabilirono ad Alatri con le famiglie, inserendosi nell’attività produttiva del posto. Altri con il sussidio dello Stato abbandonarono il Campo e trovarono sistemazione nel Nord Italia.
Agli inizi degli anni ’70 il Campo ormai andava svuotandosi. I pochi a rimanervi all’interno erano famiglie più sfortunate o anziani e il 15 novembre 1972 organizzarono una manifestazione di protesta. Alla pubblica sicurezza verranno chiamati i carabinieri i quali, ci racconta un articolo de Il Tempo, rimarranno muti e inermi dinanzi a madri con piccoli di quattro e cinque anni con nulla da mangiare da giorni e con la Regione che non pagavano da due mesi il sussidio di 664 lire al giorno.

Il Campo delle Fraschette oggi è un monumento alla storia d’Italia, tragica, drammatica come spesso le vicende umane che lo hanno interessato. Per questo è un luogo che va salvaguardato e recuperato, difeso e raccontato perché capace come non è stato lo scrivente di questo “articolo” nell’arte della sintesi, di comprimere 50 anni di storia in un sol luogo.

Sul sito: http://campolefraschettealatri.blogspot.it/ lettere e testimonianze di vita de Le Fraschette.

Alex Vigliani

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