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La bellezza delle sorgenti del Cosa e il verde degli Ernici, l’oasi di Guarcino.

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di Alex Vigliani

In attesa dell’escursione di sabato 19 maggio ore 8,30 alle Sorgenti del fiume Cosa e dell’Eremo di Sant’Agnello con Itinarrando e ViviCiociaria, per info e prenotazioni contattare il 380 765 18 94, una piccola anticipazione di quello che sarà il percorso che ci attende.
Come entrare in un luogo segreto. Come tuffarsi a testa in giù dentro un antro e ritrovarsi di colpo in un posto neanche lontanamente immaginato, perché pensare che a pochi chilometri da un centro abitato ci sia un luogo fitto di rupi e di rocce, è cosa assai strana.
Uno strappo netto rispetto alla quotidianità, seppur più pacata di Guarcino, è il raggiungere il sentiero che in breve tempo porta all’Eremo di Sant’Agnello prima e poi risale le sorgenti di quel fiume, il Cosa, che nasce dalle pendici de La Monna a 1185 m e percorrendo mezza Ciociaria si tuffa nel Sacco.

Il sentiero, bello e abbastanza impegnativo, si incunea nel bosco mentre scrosciante il fiume corre tra le gole cantando la sua musica che sa di boschi, di fresche faggete, di odori e suoni di montagna antica con mille storie da raccontare.
Il Cosa, detto in modo sbagliato fiume Acquosa, e un torrente che emoziona se solo si pensa al suo percorso fatto di storie umane, di utilizzi dell’acqua per produzione fino a sgorgare rigoglioso nelle tante fonti erniche sempre ricche e generose.
Il percorso è una delle tante vie della transumanza presente nel territorio ciociaro. D’un tratto una corda aiuta a superare una breve paretina rocciosa chiamata “morra della celletta”, nome curioso che scopriamo attenersi a storie di uomini e donne.
Superato il passaggio il percorso si fa sempre più interessante, d’una bellezza paesaggistica e naturalistica che lascia senza fiato. La salita è decisa ma mai fin tanto impegnativa da non permettere a chiunque di salire nel bosco e godere appieno del sentiero, tracciato dal CAI e sempre abbastanza evidente.


Il fiume si guada un paio di volte ma senza problemi, i passaggi sono strategici affinché non ci si debba inzaccherare più di tanto gli scarponi. Ancora una corda per sorreggersi e ancora un altro passaggio interessante per giungere poi alle sorgenti di CapoCosa. Di qui il sentiero si divide. Una parte continua verso i 1957 m de La Monna, un altro tornando indietro ad anello attraverso il bosco fino a quando le fronde non si diradano aprendo la vista all’abitato di Guarcino.
Un percorso non troppo difficile, assolutamente piacevole e carico di bellezze, alla scoperta del fiume Cosa e delle sue sorgenti nonché della pace dell’eremo di Sant’Agnello.

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Escursione del Vesuvio e della Valle dell’Inferno. Il racconto: tra suggestioni ed emozioni.

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Di Alessandro Vigliani
L’indomani di un cammino, – breve o lungo che sia –  è sempre fatto di silenzi che richiamano a immagini e sensazioni. Vorresti incontrare di nuovo tutti i tuoi compagni di “viaggio”, raccontarti con loro a “gambe ferme” ed esaltare fino a rendere un po’ meno reali i passi fatti.
Accorciando la fatica, allungando le distanze, moltiplicando le sensazioni, aumentando la bellezza dei luoghi visti. Così funzionano gli addendi di un racconto, questa è la genesi di una dettagliata e romanzata esperienza. O almeno così sarebbe, se non fosse che ieri, 25 marzo, sul Vesuvio, è stato tutto così bello da non dover aggiungere, inventare o romanzare.
Siamo ancora in autostrada. Dalla sosta bagno – colazione – autogrill il “montagnone” appare imbiancato. Un profilo invernale che non ti aspetti… in inverno. Figuriamoci in primavera.
A Ottaviano ci aspettano i ragazzi di PrimAurora, associazione con cui suggelliamo una bella amicizia. Sono stati i primi a occuparsi del Vesuvio quando tutto sembrava perduto, non saranno né i primi né gli ultimi ad abbandonarlo perché non lo faranno mai. Conoscono il patrimonio della loro terra. E lo difendono.
Proprio come noi.

Camminiamo. Dal sentiero si sale fino a Largo Prisco. Qui un finanziere è stato ucciso da dei bracconieri mentre svolgeva il suo lavoro di controllo. A lui è dedicata una targa. Sosta obbligata, voluta, cercata. Un pensiero agli uomini liberi che difendono la propria terra sempre e comunque. Anche a scapito della propria vita.
In un susseguirsi di suggestivi scorci, come fotogrammi, là dove appare il mare un attimo dopo c’è un bosco, oltre il bosco una città da osservare. E poi ancora boschi, i segni dell’umana devastazione dell’incendio di questa estate. Calpestiamo senza violentarla la storia di questo vulcano. C’è l’idea che ogni volta che sotto i nostri scarponi risuoni il crepitio del materiale vulcanico di deposito, strada e polvere vogliano dirci qualcosa.
Largo della legalità. Eccolo il Vesuvio. Il profilo perfetto di un cono appena imbiancato, tocco d’arte, sfumatura di pregio. S’è vestito del suo abito più raro il vulcano più famoso del mondo!
D’amore e di morte come solo una vetta così particolare può parlare.
E poi ancora sentieri, fino alla colata lavica al cui interno si può entrare per osservare un bacio tra due rocce che una pareidolia romantica trasforma in due amanti.
Poi il gruppo, più di 70 persone, coeso e compatto, viene scientemente diviso per affrontare due percorsi diversi. L’uno, più a valle, dritto dentro la valle dell’Inferno, l’altro sopra i cognoli, vecchio cratere del Vesuvio.
Il secondo percorso presenta una difficoltà EE ma una panoramica incredibile su tutto il golfo, ovunque lo sguardo si volti l’occhio si perde nella bellezza andando a cercare all’orizzonte il profilo delle isole.
Salvatore di PrimAurora ci fa strada nel saliscendi che corre lungo tutta la cresta fino a terminare in un anello che apre all’altro versante quasi totalmente innevato per poi tornare sul sentiero maestro e gettarsi in una ripida discesa di materiale vulcanico che qualcuno di noi percorre lasciando che il piede affondi e dosando equilibrio e velocità.

Finalmente alla biglietteria. Il vento spira forte, le nuvole s’addensano sulla vetta del vulcano. Il tempo ha quel sapore arcigno che preannuncia tempesta e freddo. Così in poco tempo tra le raffiche fan la loro comparsa dei piccoli fiocchi di neve. Sta nevicando. 25 marzo, già primavera, sul cratere del Vesuvio – noi ci troviamo appena al di sotto dei 1200 metri – sta nevicando. Così il “montagnone” decide di darci prova della sua forza, quasi a rivendicare il suo posto tra le montagne.
Non solo un vulcano, ma una montagna capace di vento, freddo, nuvole basse e neve! E tutto questo mentre increduli, quando le nuvole diradandosi lasciano intravedere la grande bellezza del golfo, osserviamo 1000 metri più in basso la calma piatta del mare irrorato da tenui raggi di sole che si tuffano nella placida calma della tavola azzurra.
Bello. Austero. Temibile. Così te lo immagini e così si presenta. Tutto diviene estraneo, suggestivo, adrenalinico. Lo scuotimento delle raffiche, la neve che si fa bufera. Qualcuno di noi non è contento e forse subisce la pressione psicologica della perturbazione, altri – come il sottoscritto – vengono colti da una apparentemente immotivata felicità che sfocia in risa e battute.
Le condizioni non permettono di sostare a lungo, così riscendiamo. Il sentiero di ritorno è per buona parte differente da quello dell’andata. Sussulti continui e ancora panorami, con Capri che d’un tratto ruba scena e fotografie mentre la luce, all’orizzonte, diviene già sfumata e prossima al rosso del tramonto.

L’indomani di un cammino, di un’esperienza, di un’avventura, si ha ancora negli orecchi il suono dei passi percorsi, nelle gambe l’avventura vissuta, nella testa tutto il vissuto di un giorno guadagnato.
Un giorno di vita in più.
Un altro giorno di fatica, sudore e tanta bellezza a nutrire l’anima.
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Semprevisa, anzi no, Valle dell’Erdigheta. L’esperienza è completa se ti lascia qualcosa.

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Di Alex Vigliani
Nella mia esperienza di cammino, inteso come movimento in ogni ambito ho imparato molto da un esempio che mi fu fatto tempo addietro da una persona che ancora oggi – nonostante non ci si frequenti più – continuo a considerare amica. Mi disse che la scienza aveva fatto una prova e suonava più o meno così: una formica isolata dentro un barattolo vive molto meno di un gruppo di formiche riposte nello stesso recipiente. Con tale esempio si ha la dimostrazione che il gruppo, la coesione, fanno non solo la forza ma anche la sopravvivenza.
Così la montagna oggi 17 marzo è stata ancora una volta maestra di vita.
Una volta di più.
Marzo. Marzo 2018, un mese infilato in un anno che ricorderemo a lungo perché invece di consegnarci una folgorante primavera, ci ha dato indietro folgore, tuono e tempesta. E pioggia. Davvero tanta. Roba che anche adesso, mentre scrivo, fuori dalla porta della sede di Frosinone, in Via Garibaldi 10, sta piovendo.

Sabato 17 marzo come da programma appuntamento ore 8,30 a Pian della Faggeta. Tutti puntuali e dopo la colazione a base di ciambellone di Stefania mamma di Francesca e crostata della brava Valentina alle 8,45 si parte.
E puntuale, anche lei, arriva la pioggia.
Partiamo da un presupposto: a certe cose non siamo più abituati. Viviamo in un contesto cittadino. Se piove, spesso, non usciamo. Se piove, spesso, siamo in auto. Se piove, spesso, siamo al chiuso o in un centro commerciale tra salami e scatolette di tonno. Trovarsi sotto la pioggia in montagna e soprattutto con gli alberi spogli prevede che tu, al netto di quanto abbia per coprirti, sotto la pioggia incessante ti bagnerai.  In montagna però scopri la prima di tante nozioni. Alla pioggia ti abitui. Cammini e non la senti più, diventi tu un tutt’uno con quel che accade. E se all’inizio ti lamenti perché ti bagni, perché l’acqua ti cola negli occhi e ti senti anche piuttosto umido, poi il tutto diventa semplicemente una constatazione. Un dato di fatto. C’è, esiste: è acqua.
Torniamo a noi. Mentre saliamo il paesaggio cambia. Le nuvole scendono, gli occhi devono abituarsi ai continui cambi di una luce che fa davvero fatica a filtrare nella fitta coltre nebbiosa. Infilati nel fitto intreccio di rami di faggio, ogni cosa nella nebbia sembra avere profili spettrali. Da solo avresti di sicuro più paura, ma un gruppo dà coraggio e sostiene. Hai tante persone con te e pur solo con il tuo passo, sai che c’è il gruppo. Il valore aggiunto, il perché del camminare insieme. Con la comunità, in quel momento di destino, in quel frangente “tua”, devi coordinarti.

A circa quindici minuti di cammino dalla Valle dell’Erdigheta, sì che alla pioggia ci si abitua e tutte le cose belle scritte poco sopra, ma magari qualcuno può essersi rotto le scatole. Non si vede molto nella nebbia, in più ci si bagna e la salita anche se poco impegnativa è resa ancor più scivolosa dalle foglie nonostante gli scarponcini da trekking.
Così, io che non sono guida di media montagna e che guida non voglio essere ma solo presidente del sodalizio associativo di Itinarrando, conoscendo il sentiero perché provato più e più volte quindi prodigo almeno di indicazioni per i partecipanti, chiedo al gruppo se intende proseguire. Una cosa semplice ad alzata di mano. Valutata la buona tenuta di tutti, una votazione a maggioranza in cui la stessa si esprime per proseguire fino alla Valle dell’Erdigheta e poi vedere.

Riprendiamo a camminare e l’avvicinamento a uno dei luoghi più suggestivi – secondo me, sia chiaro – di tutta l’escursione, la valle in cui non più di un mese fa sono stati avvistati lupi e da cui si gode di una vista quantomai suggestiva di Cacume, Gemma e della piana sottostante. Ovviamente se non c’è nebbia. Saliamo piano perché il vento comincia a sentirsi più forte. Imparo che quel vento, che ogni volta su quel punto ho sentito forte, è lo stesso che stagiona in modo perfetto il prosciutto di Bassiano. Buono a sapersi! Quando raggiungiamo l’affaccio che dà sul mare, da cui si gode della vista del Circeo e della piana pontina, le raffiche sono talmente forti che proseguire sulla linea di cresta diventa difficile. La pioggia sferza il viso, fa quasi male. Ho il sospetto che sia ghiacciata, in verità. Forse oltre i 1500 del Semprevisa sta nevicando. Il gruppo si riunisce ancora una volta, stavolta ci vuole meno tempo per la consultazione. E insieme, tutti uniti, si decide per rinunciare. La montagna è là, ci diciamo, di sicuro non si sposterà, e in più è vicino casa. E poi c’è il forte valore della rinuncia con coscienza, perché è la montagna a conquistarti e mai il contrario. E parte più bella della giornata è il sorriso sul volto di tutti, segno che non è il raggiungimento di una o più vette a fare la felicità, ma il giungere a uno scopo e ancor più farlo con il gruppo, con la comunità in quel momento di destino.
Grazie a tutti!
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Da Roccasecca a Colle San Magno e Castrum Coeli: 13 km di bellezza e storia nel segno di San Tommaso.

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— di Alessandro Vigliani
8 Ottobre. Tempo buono, temperature autunnali e nella norma.
Ore 9,00, Roccasecca. “Piazza ovale”, via Roma, è un teatro la cui scena si apre dinanzi allo spettacolo più bello: gli arroccati resti del Castello di Roccasecca, fortificazione suggestiva dei D’Aquino, impossibile da non vedere. Poco distante la torre detta “cannone” sembra solleticare il cielo azzurro appena velato da giochi di nubi.
A poco a poco si avvicinano tutti i partecipanti, soci di ViviCiociaria e Itinarrando, una cinquantina in tutto, pronti  a percorrere i 13 km del percorso. Con noi la guida e archeologo Matteo Zagarola e Antonio Valerio Fontana, giovane scrittore innamorato di Roccasecca e Colle San Magno. Lungo il percorso, nei tanti punti sosta programmati, saranno loro a fare luce sulle particolarità dei luoghi che attraverseremo, tanto cari a San Tommaso D’Aquino.
A proposito di soste. La prima è circa 15 minuti dopo la partenza. Ci fermiamo alla Locanda del Castello, pittoresco e davvero splendido albergo ristorante in cui  ad attenderci c’è Francesco Mancone. La colazione è un break a base di succo di frutta, caffè e soprattutto la prelibata sfogliatella roccaseccana che, al dispetto del nome, non ha poi così tanto in comune con quella napoletana. E non di certo perché meno buona. Sostanziali sono le differenze nella preparazione e negli ingredienti.
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Ripartiamo e prendiamo la via che porta alla prima chiesa mai costruita in onore di San Tommaso. Da qui già il panorama è superbo, la vallata è un appezzamento multicolore di antropizzazione. Case, coltivazioni, strade che tagliano il verde come venature in un corpo. Bellissimo. In fondo le montagne, quasi che lo sguardo non possa fermarsi al limite imposto dell’orizzonte.
Qualche minuto, si entra dentro, uno scatto di gruppo mentre qualcuno di noi si perde tra scatti e nozioni geografica circa la posizione degli altri borghi. Poi via sul sentiero che porta a quella che i roccaseccani chiamano “torre cannone”.
Si sale lungo un sentiero rinverdito dalle piogge dei giorni passati, mentre sulle nostre teste di tanto in tanto fan capolino i resti del castello di Roccasecca, sontuosa costruzione che abbracciava quasi l’intera totalità del profilo montuoso che percorriamo.
Quando ormai siamo in cima il panorama è mozzafiato e spazia su tutta la valle aprendosi a ventaglio per circa 180 gradi. Un meraviglioso affaccio su parte del Lazio meridionale.
Gli scatti sono tanti, soprattutto perché da qui il castello – visto di spalle – sembra richiamare a serie tv epiche, a immagini e suggestioni che molti pensano possibili soltanto ad altre latitudini.
No, qui siamo in Ciociaria o, se preferite, nel Lazio meridionale, terra di castelli e di storia che sembra tuonare di petti ferrati e cozzare di spade.
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Matteo Zagarola parla, racconta. Qui è nato San Tommaso, dice indicando le pietre e il profilo del Castello. Qui, aggiunge, vi era un’intera cittadella. E puntando il dito indica luoghi, disegna e descrive immagini, linee di colore altrimenti assenti senza le sue parole.
Riprendiamo il cammino, c’è ancora molta strada da fare e lo zaino è una sacca vuota da riempire di emozioni. Così tagliamo tutta la montagna puntando diretti verso Colle San Magno. Il percorso è piacevole, verde, di tanto in tanti adombrato da intrecci di rame a creare geometrie perfette di gallerie arboree.
Incastonati all’interno di questo mondo come porte di passaggio tra il presente e il passato, a passi lenti ma costanti giungiamo nel borgo di Colle San Magno. Qui ad attenderci c’è il sindaco e un consigliere. Più in là, in un vicolo stretto, c’è un bar che ci serve il dolce tipico di San Magno: le pagliette. Degustiamo, ci fermiamo, qualcuno si ristora o si fa fare un panino. Sono già le 13, quindi ripartiamo su per il sentiero che ci porterà a Castrum Coeli.
Saliamo, il percorso è agevole. Passiamo all’interno dell’antica cittadella di Castrum Coeli su Monte Asprano, l’unico e originario abitato che poi genererà Castrocielo da una parte, Colle San Magno dall’altra e dando vita, poi, al rituale del “bacio delle Madonne”, quando a Pasquetta le due comunità si ritrovano portando a spalla sullo stesso monte due statue. Questo perché nonostante le due divisioni i due borghi sono ancora uniti da un passato comune e di condivisione che vedeva nel mezzo la bella chiesetta che si trova sull’Asprano.
Per noi è una lenta e bella riscoperta, un luogo magico tra mandorli, ulivi e mura poligonali, affacci meravigliosi che ci portano al punto più alto, là dove ora il castello di Roccasecca, tanto alto appariva dalla piazza ovale, è assai più basso e distante ma per nulla meno imponente.
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I due castelli, ci dice Zagarola, si guardano. Si osservano. Questo perché sebbene fossero “figli dello stesso padrone” era sempre bene, al tempo, tenersi d’occhio. Guardarsi. Controllarsi. Darsi un cenno, in una sorta di comunicazione visiva e continua. Forti, fieri, arroccati e difensivi, sembrano quasi dire: passateci voi tra queste valli, fatelo il passato di passare lì in mezzo senza essere attaccati!
Nessuna guerra, però per noi. Anzi. La convivialità di un pranzo al sacco insieme. Qualcuno dorme, altri scherzano, si parla, si ride. Ci si prepara mentalmente alla ridiscesa che è sempre l’inizio della fine di una bella giornata, sicuri come sempre che la meta finale è ancora e un’altra volta spostata più in là: che la prima volta che cammini hai bisogno di un obiettivo, un punto da raggiungere, quel punto che è il comprendere che la meta è il cammino stesso.
Grazie a tutti!
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Falvaterra: incanto, energia e il valore dell’accoglienza.

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Di Alex Vigliani
alexbimbeAndate a Falvaterra. Vivetela. Scivolate dentro i suoi vicoli. Poi raggiungete le grotte. Fate la visita. Infine fermatevi a respirare l’aria di tranquillità dinanzi al convento di San Sosio, luogo ameno immerso nel verde delle colline di questa parte di Ciociaria.
Il borgo, invece, è una perla incastonata in un altro tempo. A Falvaterra è come se tutto si fosse fermato, come se l’incedere frettoloso dei giorni abbia trovato una propria soluzione e oggi si soffermi anch’esso, anche il tempo, a osservare le pietre e le storie raccontate da un centro i cui abitanti sono pochi ma innamorati di ogni passo, ciottolo o traccia.
Domenica 23 luglio, in circa 60 siamo rimasti meravigliati nel perderci in un luogo che dovrebbe avere frotte di turisti, non fosse altro per la grande varietà di bellezze naturalistiche, storiche e, perché no, religiose. A Falvaterra, poi, abbiamo trovato una grande accoglienza. Un valore che non va mai sottovalutato. E questo perché là dove vi è sorriso, gentilezza, disponibilità verso il prossimo, di sicuro è stato fatto un passo verso il turismo. Non di meno la capacità di creare forze sinergiche pone il luogo nella condizione di avere un ventaglio di proposte sempre giovani e strizzare l’occhio a una realtà più sistemica spesso estranea, purtroppo, al territorio del BassoLazio.
Così abbiamo conosciuto Giuseppe Rinna, così abbiamo conosciuto Elisa Ceccarelli.
51Due ragazzi del luogo, il primo che ci ha dato supporto a 360 gradi, preparandoci ogni contatto per la giornata e aiutandoci affinché il tutto andasse per il meglio. Addirittura predisponendo una zona per il pranzo al sacco.
Elisa, invece, Cicerone dalla preparazione ineccepibile, collaboratrice dell’Associazione Fabrateria Nova cara al Presidente Piccirilli, a spiegare ogni angolo di Falvaterra e, poi, insieme a Giuseppe, all’interno delle grotte nel dare nozione ai nostri occhi meravigliati di ciò che stavamo osservando letteralmente strabiliati.
E questo perché le grotte del Rio Obaco, a circa 10 minuti di auto dal centro di Falvaterra, sono luogo affascinante che lascia senza fiato, sicuramente da visitare, sia che vogliate limitarvi alla visita turistica semplice, sia che siate in grado di cimentarvi in un ambito più speleologico.
Pranzo al sacco nello spazio, come detto, preparato da Giuseppe e possibilità di rivivere una convivialità quasi ormai legata al passato, quando il tempo non era una chimera ma parte integrante della vita dell’uomo. Chiacchiere, conoscenze che nascono o si approfondiscono, in mezzo il tavolo dell’associazione su cui ci sono salsicce, formaggi, crostate. Alcune nostre, alcune portate dai soci. In uno scambio reciproco che è lieto evento della giornata.
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Dopo la visita e il saluto gradito del sindaco Lancia, il quale ha voluto presenziare a tutti i costi, si torna su in paese. Piccolo fuori programma mentre si attende l’apertura del Convento dei padri passionisti prevista per le 15.30. Qui chi decide di rivivere il borgo, chi di mangiare un gelato, bere un succo di frutta o come due bambine di giocare a pallavolo con il sottoscritto, riportandomi di colpo a età più verdi quando il caldo era una cosa che, in presenza di un pallone, non si soffriva mai. Nemmeno con il sole di agosto allo zenit.  Dopo la pausa il convento di San Sosio dei Padri Passionisti ci aspetta. Così entriamo nella frescura del luogo circondato dal verde, poco distante un vigneto. Ad attenderci i padri passionisti e Marco. Un altro viaggio nel tempo, tra reperti e ricordi, tra libri antichi e affreschi alle pareti di ufficiali tedeschi.
Tra i tanti interessati del nostro gruppo, le due bambine – quelle del pallone – fanno tante domande. Ed è un piacere ascoltare e vedere così tanta attenzione da parte di due anime così giovani per tematiche apparentemente anagraficamente lontane.
Al termine della visita ho il piacere di condividere con loro uno scatto fotografico che porterò nel cuore, così come la giornata trascorsa tra le bellezze di Falvaterra e le sorprese di una terra, quella ciociara, che sa regalare sorprese, sorrisi e abbracci caldi.

Foto di Alex Vigliani,
l’ultima è di Gianfranco Tufo. 

*Foto 1: parte del gruppo. 

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Vico Nel Lazio, storia e magia di uno splendido borgo ciociaro.

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viconellazio— di Alessandro Vigliani 
In previsione della visita organizzata da ViviCiociaria e Itinarrando presso il borgo di Vico Nel Lazio in Ciociaria, per il prossimo venerdì 14 luglio, con guida Nicoletta Trento, un rapido viaggio virtuale nella storia del borgo. Vi ricordiamo che per partecipare alla visita guidata è necessario contattare il 380 765 18 94.
Nel cuore della provincia di Frosinone, parte integrante della Ciociaria ernica, esiste un borgo di pietra, di case e soprattutto di torri: 25, che compongono l’antico sistema difensivo di un paese che ad oggi conta circa 2301 abitanti.  Posto a 721 metri su un colle calcareo ai piedi della catana appenninica dei Monti Ernici, all’ombra dei monti La Monna e Rotonaria.
Un luogo carico di suggestioni, le cui origini restano quasi del tutto sconosciute, ma si ipotizza che il primo nucleo abitativo possa risalire all’epoca romana.
Nel XI secolo d.C. il castello di Vico inizia la sua fortificazione, probabilmente su basi antecedenti; nel XIII secolo arriva ad avere un sistema difensivo maestoso, composto da una cinta muraria dal perimetro di circa 800 metri e ben venticinque torri. Nel 1872 Vico cambiò denominazione in Vico nel Lazio.
Il luogo è sicuramente carico di suggestioni, storie e leggende, di luoghi particolari come la cripta della chiesa di Santa Maria con sala di forma primitiva con quattro colonne e con la volta che copre tre navate. E non solo. Tra le architetture di matrice religiosa troviamo la collegiata di San Michele Arcangelo, chiesa principale del paese e risalente al XIII secolo e restaurata nel 1800, il Santuario della Madonna del Campo che si trova al di fuori del centro abitato che venne eretto nel XV-XVI secolo e al suo interno è presente un prezioso affresco della Trinità, la chiesetta di San Giorgio e quella della confraternita di Sant’Antonio Abate che sorge poco distante da un antico intreccio di sentieri di cone e immagini votive oggi non più presenti.
I monumenti architettonici civili e militari, sono numerosi, il palazzo più bello ed importante del paese è sicuramente quello del Governatore che fu la dimora delle famiglie Colonna e Tolomei al cui interno c’è una mostra permanente del grande scultore e candidato al premio Nobel Vincenzo Bianchi.
L’edificio venne edificato nel XIII secolo, particolare per le sue numerose finestre a bifora e i portali in pietra a sesto acuto. Oggi è sede di un museo. Tuttavia il vero segno distintivo di Vico Nel Lazio, il vero simbolo e monumento più importante è senza ombra di dubbio la cinta muraria dotata di tre porte d’accesso: Porta Orticelli, Porta Guarcino e la Porta a Monte.
Lungo il percorso all’interno del centro storico, particolarità per occhi attenti, le simbologie sulle chiavi di volta e sopra i muri, simbologie di un passato che resta vivo nelle codificazioni comunicative talvolta misteriose.
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Mercoledì 21 giugno: Colle San Magno e Castrum Coeli osservati speciali di ViviCiociaria e Itinarrando.

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Per info e prenotazione obbligatoria21 giugno castrum: 380 765 18 94.
Info ViviCiociaria & Itinarrando:
Mercoledì 21 giugno, per una serale, con appuntamento alle 19,00, a Colle San Magno per salire lungo il tratturo del pellegrino sopra Castrum Cieli. Accompagnati da Matteo Zagarola, guida turistica abilitata, nella sera che precede il solstizio, tra racconti legati alla religiosità, al culto solstiziale, alla cultura delle nostre terre.
Un percorso suggestivo che ci porterà tra paesaggi insoliti, ancora una volta godendo di tramonti spettacolari. Per l’escursione è richiesto di portare una lampada frontale o torcia, scarpe da ginnastica o trekking no ciabatte, no tacchi, no infradito.
Riscendendo visiteremo lo splendido borgo di Colle San Magno accompagnati, oltre che da Matteo Zagarola anche da Valerio Fontana, giovane autore e ricercatore del luogo. Degustazione finale per tutti i partecipanti con prodotti ciociari e tipicità colligiane.
Vi aspettiamo!
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Sabato e domenica 13 – 14 maggio: il festival dello StreetFood cui collabora anche ViviCiociaria, sbarca a Colleferro per la seconda edizione!

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festivalcolleferro10Sabato e domenica 13 e 14 maggio
dalle 12.00 alle 24.00
Corso Filippo Turati, Colleferro
Festival dello StreetFood e dell’Artigianato.

Il conto alla rovescia per la seconda edizione del Festival dello Street Food in programma a Colleferro, Corso Filippo Turati, i prossimi sabato 13 e domenica 14 maggio è cominciato. Ormai tutto pronto, definita la line – up delle serate, di artisti, presenze eccezionali e spettacoli.
Dalle 12 alle 24, due giorni no stop. TTS, Typical Truck StreetFood, format dell’Ass.Culturale Omniart. Un grande spettacolo nello spettacolo di truck apecar e stand cucina che punta a migliorare lo strepitoso successo di pubblico dell’edizione scorsa che vide quasi 20.000 persone riversarsi nel centralissimo Corso Filippo Turati.

Che edizione sarà. Intanto con artisti affermati capaci di incantare qualsiasi tipo di pubblico: parliamo del Circooltura, equipe di circensi di fama internazionale le cui performance strabilianti renderanno ancor più magiche le serate.
E poi musica, tanta: sabato 13 ore 21:00 si esibiranno i mitici The Bakers, mentre domenica 14 sarà la volta degli Original Pulp Project. Animazione e attività per bambini durante i due giorni. Domenica mattina e pomeriggio, per la gioia dei più piccoli, verrà allestito un piccolo teatro dove verranno interpretate le piú famose fiabe Disney.
Artigianato di qualità e tanto tanto tanto cibo di strada di qualità per un evento unico nel suo genere!
Diffidate dalle imitazioni, ingresso gratuito!
Non mancate!

Sabato e domenica 13 e 14 maggio
dalle 12.00 alle 24.00
Corso Filippo Turati, Colleferro
Festival dello StreetFood e dell’Artigianato.

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Domenica 26 marzo, sentieri di guerra: Monte Cairo, tra le postazioni tedesche. Per info e prenotazioni 380 765 18 94.

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sentieri guerra copy
Sentieri di Guerra, Monte Cairo, la cima ventosa da cui i tedeschi tennero sotto tiro gli alleati durante la seconda guerra mondiale.
La vetta del Cairo si eleva alle spalle di Montecassino, 1669 metri. Per giungervi il sentiero è agevole, lungo il percorso ancora visibili le testimonianze della battaglia, con ricoveri scavati nella roccia dai soldati tedeschi e osservatori, facenti parte della linea di fortificazione attraverso cui i soldati tedeschi riversarono la loro potenza di fuoco contro gli alleati.
Domenica 26 marzo, Sentieri di Guerra, Monte Cairo.
Difficolta: escursionistica. 700 metri di dislivello.
Sentiero da Terelle a Monte Cairo.
Equipaggiamento di media montagna: zaino, scarpe da trekking OBBLIGATORIE, guanti, cappello, abbigliamento a strati, pranzo al sacco, mantella antipioggia, snack.

Per info e prenotazioni 380 765 18 94.

*L’evento è riservato ai soci dell’Associazione Culturale ViviCiociaria.

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