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Misteri di Ciociaria, la rocca e i resti dell’insediamento di Montenero (Castro dei Volsci).

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Camminando sulle alture che circondano i borghi moderni del Lazio Meridionale, insistono e sono visibili resti di antichi insediamenti, facenti parte di un passato che si è spinto fino a quasi i giorni nostri, quando cioè tante di quelle pietre sono state riutilizzate dai pastori per la costruzione di ricoveri.

A Castro dei Volsci, distante non più di 15 minuti dal centro cittadino ove fa mostra di sé il prezioso monumento alla “Mamma Ciociara” vi sono i resti di Montenero, o meglio, sopra Montenero – così chiamato il rilievo collinare – vi sono i resti di una Rocca che guardava e probabilmente difendeva l’antico Castrimonium nel periodo medioevale ma non solo.

Le tracce di antropizzazione della zona sono evidenti e mai come in questo caso parlano, raccontano, narrano di uomini, popoli e vicende.
E basta camminare per inciampare in cocci, resti, trovarsi dinanzi a mura che sono la testimonianza diretta di un’ampia cerchia muraria composta da blocchi di pietra in cui sono ben visibili almeno tre porte.
I blocchi, a creare una cinta alta oltre 3 metri, sono sovrapposti con tecnica del muro a secco, a ricordare l’opera poligonale presente in gran parte del Lazio Meridionale, segno di civiltà che hanno abitato il luogo molto prima del medioevo.
Se si tralascia la parte leggendaria che vuole, grazie a Virgilio, che Camilla – Regina dei Volsci –  si fosse rifugiata con Re Metabo proprio sopra l’altura, andando oltre questo aspetto interessante ma legato più alla mitologia, appare chiaro come i resti facciano presupporre comunque la presenza dei Volsci, popolo pre romano, tutt’altro che mitologico che con i romani si contesero terre e conquiste per oltre 300 anni.

E proprio in funzione anti romana, la posizione di Montenero si rivela strategica e vantaggiosa. Riportato sul sito della Proloco di Castro dei Volsci: “Montenero domina l’ingresso da sud della vallata del Sacco subito dopo la confluenza con il Liri, a controllo della riva destra del Sacco, contrapposta a Rocca d’Arce  posta a controllo della riva sinistra. Il sistema fluviale Sacco-Liri era la naturale via di comunicazione tra l’Etruria, il Lazio meridionale, la Campania. Il sistema era integrato da assi trasversali, legati alla transumanza. I punti d’incontro delle vallate fluviali, sono zone di grande valenza strategica ed i centri che vi sorgono sono insediamenti chiave di controllo, non solo territoriale ma anche economico, soprattutto nelle epoche antecedenti la conquista romana ed il successivo riassetto del territorio. Uno dei cardini del sistema è la zona di confluenza dei due fiumi principali, il Sacco e il Liri e il centro Volsco ne detiene il controllo e la difesa. Monte Nero di Castro dei Volsci, con la sua massiccia struttura difensiva si configura come un caposaldo organizzato contro l’avanzata romana”.

Fonti: Proloco Castro dei Volsci.

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Isola del Liri, la signora del Lazio meridionale e il miracolo delle cartiere.

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di Alex Vigliani
Isola del Liri è nota soprattutto per la sua cascata, che scrosciando si fa ammirare in pieno centro storico. Alle acque, Isola del Liri deve la sua storia, il suo nome, il miracolo che fu delle grandi cartiere e che la resero per anni la Manchester italiana.
Non solo la cascata, dunque, non solo il castello Boncompagni a dominare il centro abitato, non solo un centro storico che ha lasciato il passo a un corso più vivo e commerciale, benché adeso alla parte più storica della cittadina.
Lungo la strada statale che colega Sora con Isola del Liri, difatti, troviamo gli edifici della Cartiera Lefevbre, in cui ancora oggi insiste una piccola cappella neogotica facente parte del preesistente convento dei Carmelitani di Santa Maria della Fonte e che vide intorno a esso l’ampliamento di una cartiera che nel 1873 raggiungerà numeri importanti sotto la direzione di Ernesto Lefevbre:  600 operai gli operai occupati, contro i 340 e i 500 del 1840 e nel 1861; 4 macchine continue che producevano 1500 quintali di carta all’anno. Nel 1885 la cartiera si estendeva su una superficie di 12.500 mq e disponeva di una macchina, unica in Italia, che produceva giornalmente 1200 rotoli di 8 m ciascuno e stampava fino a 24 colori. Sensibile all’importanza dell’istruzione, il Lefevbre aveva aperto nei pressi degli stabilimenti una scuola elementare, per i dipendenti e le loro famiglie.
Ma la storia d’amore tra i Lefevbre e Isola del Liri era cominciata molto prima. Da Carlo Lefevbre il quale proprio a Isola del Liri, era diventato azionista della Cartiera Fibreno, azienda fondata dal francese C.A. Béranger di cui prese possesso alla morte dello stesso acquistandone per intero il capitale sociale e dando nuovo impulso all’azienda, dimostrando in pieno il proprio valore imprenditoriale. Così dopo aver adottato importanti innovazioni nel processo produttivo l’impulso della rivoluzione industriale anglosassone sbarcò nella piccola ma sempre più importante Isola del Liri. Lefevbre acquistò in Inghilterra la “macchina continua”, avvalendosi delle agevolazioni concesse dal governo, quali l’esclusiva d’importazione della macchina e l’esenzione dal pagamento dei dazi doganali per gli accessori occorrenti. La “continua”, inventata nel 1798 dal francese N.L. Robert e perfezionata dall’inglese B. Donkin, era un impianto complesso, detto “senza fine”, perché, una volta ricevuto l’impasto, compiva tutte le fasi della lavorazione, un tempo eseguite manualmente, fino a produrre il foglio finale. La carta del Fibreno, ricavata con questa tecnologia ancora sconosciuta in Italia, ebbe grande successo anche all’estero e la sua diffusione fu una fra le cause fondamentali della decadenza delle antiche cartiere a mano, a carattere artigianale, localizzate sulla costiera amalfitana, il cui prodotto, per qualità e prezzo, non era più competitivo sul mercato.
Ai Lefebvre va il merito di aver realizzato, nei pressi delle cartiere, la costruzione di strade e di canali che valorizzarono l’intero territorio circostante. Grazie a tali interventi, incoraggiati dalle condizioni ambientali favorevoli, molti imprenditori fondarono cartiere e avviarono iniziative industriali in altri settori produttivi, specie in campo tessile, tanto che la valle del Liri fu chiamata dai contemporanei valle delle industrie.
Fonte: Treccani, Enciclopedia.
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Il caso Guarcino: per la prima volta in due anni, per Itinerari del Mistero una chiesa resterà chiusa.

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Chiariamo subito. Itinerari del Mistero a Guarcino si farà. Questa sera, 9 agosto ore 19,00.
Sgomberiamo il campo da dubbi.
Ora il caso. Chiesa di San Michele, Guarcino.
E dire che gli auspici erano stati ottimi con Giancarlo Pavat – esperto di simbologie e autore di libri – che aveva “decodificato” nel corso del sopralluogo di qualche giorno fa i due Santi riprodotti in altrettanti affreschi apposti all’entrata della Chiesa micaelica.
In due anni non ci era mai capitato. Noi di Itinarrando – Viviciociaria insieme a Il Punto del Mistero e al Mistery Team abbiamo portato tantissime persone in molti borghi della Ciociaria e non solo, troupe televisive e nomi più o meno noti dell’ambiente misterico e culturale. Da quel 21 giugno 2016 in cui a Ceccano si presentarono 250 persone ne è passata tanta di acqua sotto i ponti di Itinerari del Mistero, ma mai ci era successo di vederci sbarrate le porte di una chiesa.
E dire che abbiamo visitato in notturna l’Auricola e il centro di Amaseno, che abbiamo visitato Ceccano in orario serale con tutte le porte delle chiese aperte. Che nessuno ci ha mai negato l’accesso, chiedendo sempre in modo corretto di non andare oltre una certa ora. L’ultima iniziativa, in ordine cronologico, ha visto addirittura l’apertura del santuario di Bassiano alle 22,00 per opera di un volontario che ha di buon grado accettato di aprire un luogo che merita di essere conosciuto e visitato.
A Guarcino però no, a Guarcino il solerte Don Edoardo ha deciso che l’apertura non poteva esserci oltre le 20,00 nonostante il contatto avuto per via telefonica con il signor Flori, con il quale ci eravamo accordati per un accesso posticipato fino alle 20.30.
Una chiesa, non di certo un museo! Avrebbe tuonato Don Edoardo, dimenticando che sì, i musei hanno orari di chiusura mentre le chiese no, sebbene sia da rispettare – e ci mancherebbe – il buon cuore di chi ne permette la visita in orari serali.
E dire che vi è stato anche l’interessamento dell’Assessore Falconi che ci ha fornito il contatto con il signor Flori, il quale – come già detto – si era detto ben disposto a tenere la chiesa aperta – MASSIMO – fino alle 20,30, fornendoci – in quella che era diventata una trattativa – un ottimo compromesso.
A questo punto, dunque, abbiamo contattato Don Edoardo il quale ha rivelato, però di essersi sentito offeso poiché “SCAVALCATO”, peccatori noi di aver chiesto direttamente a Flori e non a Lui (speriamo gradisca la lettera maiuscola), il quale ha sempre continuato a parlare per interposta persona, SCAVALCANDO egli, questo sì, il libero arbitrio del “volontario” – così lo ha chiamato Don Edoardo, anche se poi allo stesso Flori l’appellativo non è piaciuto –  il quale si è ritrovato, comunque, alla faccia delle volontarietà, nella condizione di doversi tirare indietro.
Così a distanza di due anni e per la prima volta ci ritroviamo i battenti serrati di una chiesa per decisione arbitraria di un parroco che ne nega l’accesso come fosse il salotto di casa propria alla faccia dei visitatori e di possibilità turistiche che – evidentemente – non interessano a Don Edoardo, abituato a guardare sempre e soltanto il proprio – ne deduco, ci mancherebbe – florido giardino.
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La vigilia della partenza, la prima meta del Cammino di San Benedetto dal 30 giugno al 13 luglio.

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di Alex Vigliani
La viglia della partenza: una commistione di emozioni ed euforia, un coacervo di sensazioni che si rincorrono senza soluzione di continuità.
Finalmente, viene da dire. Finalmente si parte.
Non ne potevamo più di quest’attesa, di questa preparazione lenta, giorno dopo giorno, in attesa del primo passo che inauguri il susseguirsi di centimetri, metri, chilometri.
E per questa attesa, per questo attendere, non c’eravamo accorti fino ad oggi che il nostro cammino era già iniziato più di un mese fa, quando intorno a un tavolo avevamo deciso di fare i sopralluoghi, vedere il percorso, aprire la possibilità del cammino a tutti i soci.
Il nostro cammino è cominciato quel giorno.
Nell’organizzazione di una macchina così complessa, aiutati di certo dal prezioso libro di Simone Frignani, ormai consunto e sfogliato mille volte, dinanzi a tutte le problematiche messe in atto dal dover gestire le necessità e i bisogni di tanti soci e amici.

Così giorno dopo giorno come formiche a lavorare per portare a casa il risultato quotidiano, rasserenando, rassicurando i timori di chi pensa di non farcela, di coloro i quali per cui 20 km vuol dire molto. Ed è soprattutto per loro che camminiamo, una “sfida” più difficile del cammino stesso, poiché garantire che quell’unico giorno, quell’unica possibilità sia indimenticabile è nostro dovere.
Non ci saranno, per chi farà un’unica tappa, altri giorni lungo il cammino, non ci sarà l’assommarsi di altri chilometri.
Ci saranno quei 20 km, centimetro per centimetro, minuto dopo minuto con la volontà, la nostra, di rendere indimenticabile quell’attimo, di condensare in un solo atto le emozioni e far comprendere la bellezza dell’esperienza di un cammino.

Un cammino ha d’altronde una misura tutta sua.  Non quella delle altitudini, non quella dei chilometri. Non l’orologio, non il tempo. Semmai lo spazio, semmai il tempo, sì, ma quello dei passi.
Da quel primo giorno di preparazione, da quel primo passo di organizzazione, dello spirito di questo cammino ci siamo trovati subito intrisi guardandoci negli occhi, superando le difficoltà, sorridendo del futuro e dei passi che ci aspettano.
E oggi che siamo attraversati da brividi adrenalinici, con i timori propri di un’avventura, dinanzi a un sipario che aprendosi dinanzi a noi mostrerà paesaggi e luoghi unici della nostra Italia capaci di far impallidire cammini più blasonati e “di moda”, giunti a questo punto, alla vigilia della partenza, ringraziamo chi ha deciso di camminare con noi, chi deciderà di farlo, chi incontreremo.
Ringraziamo Simone Frignani e i suoi consigli, i nostri sponsor che ci hanno supportato e aiutato, Poste Italiane – noi così piccoli, loro così grandi –  gli ospitaleri in costante contatto telefonico, Elp Grid per i contatti sul posto, ringraziamo e benediciamo i nostri scarponi fin da subito augurandoci che ci assistano loro e la buona sorte, il sole che abbiamo divinato nella notte di San Giovanni e il nostro cuore affinché se non già puro lo diventi, se già puro continui a esserlo.

Ci vediamo sulla strada amici e compagni di cammino, camminatori e pellegrini.

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Al cospetto del tragico, malinconico destino del Re del bosco di Nemi. D’amore e di morte.

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Lago di Nemi, specchio di Diana lo chiamavano gli antichi. Chi ha visto quelle acque incastonate tra i colli albani non potrà mai dimenticarle. I giardini degradanti verso le sponde, la malinconia del bosco, la placida consistenza del lago. Diana, la Dea, dice Frazer ne “Il Ramo D’Oro” potrebbe ancora indugiare e aggirarsi e vagare ancora per quei boschi selvaggi.

E con lei il Re del bosco, condannato a non invecchiare, a non perdere neanche un giorno per non cedere il passo al suo successore. Misteriosa e ricorrente tragedia che sa già di celtiche divinità, di riti norreni e porte come passaggi poste in qualche antro solstiziale.
Sulla sponda settentrionale del lago sorgevano il bosco sacro e il santuario alla Dea Nemorensis, la Diana dei Boschi. In quel sacro bosco c’era un albero intorno cui a tutte le ore del giorno, a tutte le ore della notte, era possibile incontrare una truce figura che guardinga con la spada sguainata, volgendo gli occhi ora a destra ora a sinistra, guardandosi le spalle, cercando di coprire ogni punto cardinale difendeva la propria gola. Quell’uomo era il Re del Bosco, sacerdote e omicida, destinato a cadere per mano del proprio nemico da cui si guardava le spalle poiché un candidato al sacerdozio poteva ottenere l’incarico solo uccidendo il suo predecessore fino a quando non fosse stato a sua volta ucciso da uno più astuto, forte e giovane di lui. La carica in ballo era quella del Re, sovrano del bosco, ma certo mai testa coronata dovette più della sua – dice Frazer – sentir disagio o venir visitata dai sogni più funesti. Anno dopo anno, giorno dopo giorno, costretto a vagare e mai a interrompere la sua solitaria vigilanza. Zero sonno, zero riposo. Ogni qualvolta avesse chiuso gli occhi lo avrebbe fatto a rischio della sua stessa vita.
Un dramma ricorrente che quasi stona con il lago placido, con l’azzurro del cielo ma che trasforma il bosco in un mondo “altro”, oscurato dagli alberi imponenti, verdi nella bella stagione ma capaci di oscurare il sole, morenti e tristi in inverno a offrire un tappeto di foglie all’eternità del dramma. Una figura, quella del sacerdote, malinconica e cruenta, vagante eterno e destinato alla sconfitta ma non per questo già avvinto, pronto a difendere la propria vita e l’albero cui era vietato staccare rami. Solo a uno schiavo fuggitivo era permesso e qualora vi fosse riuscito avrebbe potuto uccidere il sacerdote, guadagnando col sangue l’appellativo di Re dei Boschi. Quel ramo, il ramo d’oro, di virgiliana memoria che dà il nome al fantastico testo antropologico di Frazer.
Ma nel bosco di Nemi, dedicato a Diana, non solo questo triste re malinconico potreste incontrare. Nascosto e innamorato, potreste imbattervi in Ippolito, sotto le mentite spoglie di Virbio, il quale dovette nascondersi per placare l’ira di Afrodite, offesa dall’indifferenza del giovane e bello cacciatore che alla caccia aveva consacrato la sua vita, fiero d’essere innamorato devoto e compagno di Artemide (equivalente greco di Diana). Punito per questo, ucciso per mano di Poseidone padre di Teseo a sua volta genitore della rancorosa Afrodite. Si dice che mentre Ippolito cavalcasse sulle sponde delle acque del golfo Saronico, un toro venne fuori dalle acque facendo imbizzarrire i cavalli della sua biga, i quali, una volta disarcionato, lo calpestarono cagionandone la morte. Ma fu la stessa Diana che amava Ippolito che chiese a Esculapio di riportarlo in vita con le sue erbe medicamentose. Giove, però, non poteva di certo accettare che un umano potesse tornare in vita, così scaraventò Esculapio nell’Ade. Diana allora nascose Ippolito in una densa nube, lo ingrigì mostrandolo più vecchio fino a celarlo nel bosco italico, sulle sponde del lago di Nemi, là dove, affidato alla ninfa Egeria, regnò come sovrano col nome di Virbio. E in quel luogo dedicherà un santuario alla sua Diana, per amore eterno alla sua Dea.
Virbio, Diana, l’albero sacro e il bosco sono intimamente uniti, poiché il sacerdote – Re del bosco – richiama direttamente alla figura di Virbio che innamorato di Diana le personifica nell’albero che diventa l’archetipo dell’amata.
Fonte: Frazer, Il Ramo D’Oro. 
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Se non “sali” a Monte Orlando, la bellezza di Gaeta per intero tu non puoi vederla.

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di Alex Vigliani

Tu la conosci Gaeta? Una delle città più belle d’Italia. La grandezza di questa cittadina che è mare e già sa un po’ di montagna, con gli Aurunci – illusione ottica – a tuffarsi nel suo mare, splendida perla da romanzo e attrice cinematografica con un passato a tratti tragico, un oggi spesso malinconico. Con le sue bandiere logore contrapposte. Quella italiana, per quel che vale, a puntare un orizzonte che Nazione non sa più essere, ammesso che l’abbia mai saputo fare. E un regno, quelle delle Due Sicilie, bandiera bianca ma non di resa, che pone lo sguardo rivolto a un passato che per alcuni non è mai troppo lontano.


Gaeta nel mezzo, presa di qua – presa di là – e ogni tanto travestita a stelle e strisce, contesa nel mezzo, vissuta da turisti di ogni dove e soldati americani, che sa già essere Napoli nei suoi vicoli, nel suo dialetto, nella sua bellezza. Lazio, sì, ma sfido voi a non trovarci già dentro il sole della Campania.
Eppure questa magnifica città tu non potrai mai conoscerla se non sali a Monte Orlando – nemmeno 200 m – poiché è lì, dall’alto, che vivi l’essenza di Gaeta. Guardando il centro storico da posizione predominante, scivolando nei bastioni difensivi dei borbone, strenua difesa fino alla fine del Regno che poi è principio d’Italia unita – e anche questa è storia nazionale.  Ai piedi – e poi dentro – al Mausoleo di Munazio Planco, mitico comandante e politico romano che lontano dal mare aveva trovato il suo Alfa e a Gaeta il suo Omega.
E ancora, camminando tra scorci unici, con il mare negli occhi, con il verde del promontorio nei polmoni giungere alla batteria anulare, entrare e percorrerla. Trovarsi di colpo nel ‘900, in una fortificazione militare utilizzata poi dai tedeschi, nata per essere superata dall’implementazione tecnologica nel campo dell’aviazione.


E allora, solo allora, scendendo da Monte Orlando, percorrendo ancora il sentiero e scendendo verso Gaeta, osservandola da ogni lato come farebbe il più innamorato degli uomini nei confronti d’una donna, ci si potrà tuffare di nuovo nel vociare del centro storico di Gaeta, nella sua storia a tratti moderna e per certi versi cristallizzata. Mangiare la tiella, innamorarsi altre mille e mille volte.

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Il valore eterno delle montagne di casa: Monte Cacume.

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Di Alex Vigliani

Noi di Frosinone, noi che siamo gente di fondo valle, una montagna abbiamo dovuto adottarcela.
Eppure da queste parti avremmo potuto sentirle un po’ tutte nostre, non perché Capoluogo di provincia, sia chiaro, ma poiché inseriti come siamo nel bel mezzo di una valle, dalle montagne siamo circondati.
Ernici da una parte, Lepini dall’altra. Se volgiamo poi lo sguardo nemmeno troppo più in là si intravede già Monte Cairo e il suo massiccio e ancora oltre le Mainarde. E poi la modesta linea degli Ausoni.
Dove invece è tutto aperto, lì, lo sappiamo da sempre, c’è Roma.
Ma noi, a Frosinone, per restare con i piedi per terra, una montagna abbiamo dovuto adottarcela.
E così abbiamo fatto.
Ce ne siamo scelti una che supera di poco i 1000 metri ma che sa inequivocabilmente di casa. Quando sei sull’autostrada, quando arrivi in treno, quella montagna puntuta, dalla forma assai strana e dal nome curioso, vuol dire famiglia, focolare domestico, luogo amico.
Se chiedi a uno di Frosinone abituato a viaggiare ti risponderà di certo che se vedi Cacume allora stai a “caseta”.
Monte Cacume o Caccume, 1095 m, territorio di Patrica (grazioso presepe arroccato sui Lepini), nel mezzo dell’acceso dibattito tra studiosi, storici locali e cittadini che da anni e anni si contendono la verità sull’esser stato citato con cognizione da Dante Alighieri nella Divina Commedia.
Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, montasi su in Bismantova e ‘n Cacume con esso i piè; ma qui convien ch’om voli; ” 
A dire il vero ci sarebbe pure Monte Gemma, che fa territorio di Supino – altro splendido borgo ciociaro. Che è pure più altro e per certi versi più imponente e massiccio. E poi ha un nome anche più carino. Ma che volete, l’amore è cieco e Cacume ha questa forma particolare che da sempre richiama alla fantasia degli abitanti di queste parti e che sembra puntare dritto al cielo. Molto più alto, assai più e più ancora di qualsiasi vetta, punto di osservazione in passato sull’antica via che dava accesso e comunicazione tra una valle e l’altra.
Luogo di transumanza, aspirazioni, ascese e tanto altro.
Oggi – e a dire il vero da più di un secolo – sulla sua vetta c’è una chiesetta – da poco totalmente restaurata – e una campana che tutti i viandanti che vi giungano in cima dovranno suonare. E prima o poi, da queste parti, capiterà a tutti di farlo. Come nessun’altra vetta, nei dintorni, è difatti capace di richiamare lo spirito ardito dell’insonnolito frusinate affondato nel divano domenicale e nell’apatia delle corsie dei centri commerciali. Il magnetismo di Cacume: un’attrazione la cui spiegazione è verosimile deduzione e nulla più. Di sicuro, però, c’è che anche chi come me c’è andato mille volte e mille volte è andato altrove per altre mille volte ci tornerà;  e sarà sempre la prima volta la lenta prassi dell’arrivo in vetta. Il suonar della campana, entrar nella chiesetta, affacciarsi dal “balcone”, guardare la valle, voltarsi a sinistra a guardar Monte Gemma.
E poi mani sui fianchi a respirare aria.
Aria di famiglia, aria di casa.
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Il Castello di Sora patrimonio del Lazio Meridionale. Domenica 13 maggio con Itinarrando e ViViCiociaria in Visita Guidata.

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Domenica 13 maggio al Castello di Sora con Associazione Culturale Itinarrando e ViviCiociaria, per info e prenotazioni 380 765 18 94.
I castelli del Lazio Meridionale una ricchezza mai sfruttata. Sono tanti, molti ormai in rovina, altri che conservano ancora la struttura originaria. Su altri qualche lavoro è stato fatto, si è provveduto a puntellare qua e là e, nei casi più fortunati, a cercare di restaurare la struttura. Salvo poi essere di nuovo abbandonati. Pochi sono quelli utilizzati tra questi il Castello De’ Conti di Ceccano, quello di Trevi nel Lazio e Fumone, Maenza e Sermoneta, Torre Cajetani e già la ricerca si fa più difficile perché a memoria, mi scuso se ne sto dimenticando qualcuno, non mi sovvengono ora alla mente castelli integri da poter essere considerati tali.
Pietre, strutture, testimonianze di un passato importante in cui a ogni vetta corrispondeva un castello, così come nel vicino Abruzzo, là dove però si è provveduto a una progressiva valorizzazione delle strutture, oggi centri nevralgici del turismo.
Il castello di Sora, al centro spesso di opere di manutezione da parte di associazioni locali, è una di quelle preziose testimonianze storiche, lasciate a noi da un tempo clemente che, però, continua a sgretolarne la consistenza sebbene si sia dato in passato un freno all’incedere dell’incuria.

Dal centro storico di Sora, splendida cittadina bagnata dal Liri, un sentiero, delimitato da mura poligonali che costituivano già dal VI secolo a.C. un perimetro ciclopico difensivo, porta al Monte S. Casto, che, posto in posizione strategica fra l’Abruzzo (Avezzano) e la Valle del Liri, domina incontrastato la città.
Qui sorge la massiccia fortezza rinascimentale di S. Casto e Cassio, costruita nel 1520 da Evangelista Carrara di Bergamo. La roccaforte, a pianta rettangolare, è costituita da sei torrioni cilindrici, poligonali e quadrati con muri a scarpa.
Nell’interno si trova un grande cortile con cisterna, utilissimo rifugio in caso di attacco nemico, il mastio per l’avvistamento e la piccola cappella votiva dedicata ai Santi Casto e Cassio con un antico affresco. Nei suoi sotterranei restano tracce del preesistente castello romano (l’arx sorana è citata da TIto Livio), poi medievale al tempo di Federico II e Carlo d’Angiò che lo restaurarono.

Esso faceva parte di un complesso di fortificazioni di cui sono testimonianza i ruderi delle due torri semicircolari di avvistamento che si incontrano nel salire al castello. Una seconda linea difensiva inglobò, nel secolo XV, la Torre aragonese presso la cattedrale di Santa Maria. Il Castello è il “monumento di importanza storico-artistico-militare da salvare e da restaurare”.
Suggestiva è la passeggiata indispensabile per raggiungere il castello sul colle S. Casto, oggetto di molti itinerari del CAI. Lungo la strada sull’omonimo monte è anche possibile ammirare il Santuario rupestre del dio Silvano (sec. II a.C) e le mura poligonali.
Fonte: http://www.comune.sora.fr.it/castello-san-casto/
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Il primo maggio in Ciociaria e a Ferentino: Calendimaggio, quando non era la festa dei lavoratori ma del raccolto.

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Il primo maggio, da queste parti si sa bene, a Ferentino è festa grande.
Il patrono, Sant’Ambrogio, viene festeggiato, nella città ernica, tra ricche libagioni, musiche popolari, festa di piazza e tanto altro. Una delle ricorrenze più sentite in tutta la Ciociaria.
Ma il primo maggio, in Ciociaria ha le origini lontane dei Calendimaggio.
Festa presente fin dall’antichità, questo giorno era riservato ai riti di propiziazione della maturazione dei frutti della terra e agli auspici di un abbondante raccolto. Ancora una volta nella società agro pastorale ritorna quindi il culto della terra, la speme di un abbondante raccolto che voleva dire non patire la fame.
Nel mondo romano, nello stesso periodo si festeggiava invece il rito della Floralia, festività di propiziazione che durava dal 28 aprile al 2 maggio e che, mutuata dalle campagne, si svolgeva tra ricche libagioni, allegria e giochi lascivi che portavano a ritualità orgiastiche strettamente connesse con la propiziazione di una fecondità che dall’incontro uomo donna doveva trasferirsi alla terra e viceversa in un ciclo vitale che era unione con la natura. Durante le festività vi era spazio anche per le arti con rappresentazioni teatrali, in cui però, alle donne di scena, spesso prostitute, veniva richiesto di spogliarsi.
A Ferentino Aulo Quintilio, Quaterviro per l’edilizia, per la giustizia, Pontefice e Prefetto dei fabbri, pensò di dotare la ricorrenza di un fondo annuo. Riscattati i fondi demaniali Cepeniano, Roiano, Mamiano e Prato, pagandoli settantamila sesterzi, li lasciò quindi per testamento al Comune di Ferentino. Detto lascito venne scritto in modo singolare: scalpellata una grande pietra, nelle adiacenze della Porta Casamari, furono fatte incidere nella roccia le volontà di Aulo Quintilio: le rendite dei fondi, ammontanti a quattromila sesterzi all’anno, dovevano essere distribuite in denari, focacce e vino ai cittadini bisognosi.
Con le rimanenze annuali, la Curia degli Edili doveva elargire trenta moggi di noci e sei urne di vino ai ragazzi ferentinati senza distinzione di censo. Le elargizioni dovevano avvenire sei giorni prima delle Idi di Maggio, ricorrendo in tale data l’anniversario della nascita di Aulo, corrispondente al 10 maggio del nostro calendario.
Tale festività perseverò anche nella successiva età cristiana, il Vescovo di Ferentino pensò quindi bene di sostituirla con la devozione per il Santo Patrono.  Le antiche usanze vennero quindi unite il primo maggio in un’unica festa con la ricorrenza del martirio di Sant’Ambrogio: il centurione romano fatto decapitare da Daciano nel 308 a Ferentino, durante l’imperversare della persecuzione ordinata da Diocleziano.
Fonti:
Almanacco della Ciociaria di Egidio Ricci.
Calendario festività romane.
Articolo: Alex Vigliani
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Aquinum ma anche Fregellae e Fabrateria nova, perle dell’archeologia nel Lazio Meridionale.

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di Alessandro Vigliani
Chiariamo subito. La storia non è una lunga sequela cronologica senza arte né parte, perché a studiarla per date sembra così. Fregellae e Fabrateria così come Frusna poi Frusino sembrano essere passate dall’essere città volsche a municipi romani con la velocità attraverso cui si dà un senso alle date. Non è così. Ai volsci, a questo popolo ancora oggi immaginifico, dobbiamo tanto e diversi secoli di storia e – in parte – di cultura, se è vero come è vero che buona parte della loro storia, del loro sistema sociale, è ancora oggi da comprendere appieno. Il profilo belligerante degli stessi come quello di tutti i popoli pre romani evidenzierebbe a torto un popolo nerboruto dedito più allo sgozzamento di nemici che non alla crescita sociale. Questo errore di costruzione psicologica sembra essere comune a tutti i nemici di Roma, come se Roma fosse capace solo di guerra.
Questo preambolo per dare ai Volsci quel che è dei Volsci quando si parla di antropizzazioni chiaramente precedenti a Roma, quella Roma che spesso sembra essere il punto da cui partire quando si parla di storia.
Aquino fu fondata dai Volsci per poi divenire come altri centri del Lazio meridionale municipio romano col nome di Aquinum, fiorente città poiché posizionata come Fregellae sulla importante via Latina, fondamentale zona di passaggio di merci.
La prima volta che incontriamo Aquinum sulle fonti storiche è il 211 A.C., durante la marcia di Annibale proprio lungo la Via Latina, nello stesso periodo – tra l’altro – la stessa Fregellae fronteggerà Annibale (212 A.C.) in avanzata sulla stessa direttrice.
Il comprensorio archeologico dell’Aquinum romana si trova poco fuori dall’attuale centro abitato di Aquino, tra lo svincolo autostradale di Pontecorvo e la Chiesa di S.Maria della Libera con resti disseminati per la campagna circostante.
La città romana era cinta da mura e da tre laghi in seguito prosciugati. La Via Latina l’attraversava entrando da una porta in direzione di Roma ed uscendo per una porta in direzione di Capua. Tracce dell’antica strada, pavimentata con grossi blocchi lavici, sono ancor’oggi visibili. Di Aquinum oggi sono rimasti tratti di mura in “opus quadratum” e la porta verso Capua, detta di San Lorenzo.
In mezzo ad una ricca vegetazione, che in parte ricopre la città romana, emergono qua e là i resti del teatro, dell’anfiteatro, di edifici termali, del Capitolium con un elegante fregio a metope e triglifi.
Il Capitolium era il santuario urbano dell’ultimo periodo repubblicano di cui resta la parete di fondo con in alto un fregio a metope e triglifi.
Della Porta Romana, accesso alla città per chi veniva da nord, restano enormi massi squadrati di travertino. Del Teatro, della metà del I sec. a.C., rimangono i setti radiali della media cavea in opera quasi reticolata. I resti dell’Anfiteatro, di età augustea, sopravvivono nel basamento di un casolare a ridosso dell’autostrada del Sole. E per finire, lungo il tragitto che ci conduce alla Chiesa di S. Maria della Libera si notano resti in opera quadrata di un edificio absidato e resti della chiesa medievale di S.Maria degli Angeli, l’antica cattedrale di S.Costanzo Vecchio.
Fonti: www.ciociariaturismo.it 

 

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